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News, 2017

01.2017

 

Il 20 febbraio 2017 inizia la seconda fase del Museum Beauty Contest con la mostra dei ritratti finalisti nel Salone Centrale della Galleria Nazionale. L’artista Paco Cao, direttore del progetto, in questa occasione ci racconta il dietro le quinte del concorso per le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Come nasce il Museum Beauty Contest?

Nel 2000, durante una visita al MET di New York – ricordo che era una rigida mattina d’inverno – come sono solito fare quando visito il museo, notai il giovane ragazzo ritratto nel 1530 da Bronzino con la raffinata ricercatezza dell’alta società fiorentina del XVI secolo. Però, in quella particolare occasione, mi sono immaginato il ragazzo ritratto come se vivesse nel presente. Questa idea era stata sollecitata dalla strana sensazione di contemporaneità della proposta visiva del Bronzino. Quella “maniera” pittorica mi ricordava una parte dell’apparato formale dell’industria della moda di lusso contemporanea. Il mio interesse mi spinse a ricercare forme per far rivivere il personaggio del quadro, per collocarlo in un contesto attuale: lo immaginai che sfilava in una passerella, come un modello o un candidato di un concorso di bellezza, mentre percorreva la sala del museo, letteralmente fluttuando sopra il pavimento. Questa fantasia mi portò a formulare due progetti che emersero insieme e che ho perfezionato nel corso degli anni. Ho concepito un concorso di sosia per il bisogno di far rivivere in carne e ossa un personaggio del passato come il giovane fiorentino, e un concorso di bellezza per vedere il museo trasformato in un set al servizio di uno spettacolo pop, rivolto  ai mezzi di comunicazione. Dal 2001 al 2004 ho realizzato una serie di concorsi di sosia ispirati a tre ritratti del XVII secolo: uno, di autore ignoto di scuola romana, esposto in un monastero sardo; un altro, il Juan de Pareja ritratto da Velázquez e, infine, un ritratto di donna realizzato da Cornelis de Vos. Con il progetto “Eternal Rest” (2012) ho chiuso la partita con il giovane di Bronzino, ma non come avrei voluto. Nel 2014 ho avuto l’occasione di lanciare la serie dei concorsi di bellezza nel Museo delle Belle Arti Oviedo (Asturie), che attualmente continua alla Galleria Nazionale di Roma.


Come strutturi il processo creativo?

Da un lato, attraverso un processo di ricerca, si costruisce il racconto del progetto, si stabiliscono le condizioni di produzione e si sviluppano i diversi dispositivi che visualizzano i processi ed entrano in contatto con la sfera pubblica. Dall’altro lato, si organizza un palinsesto narrativo parallelo al progetto. Nel caso del concorso di bellezza: un film e un libro. Tuttavia, questa struttura così rigida non viene contemplata in altri progetti, dove si mette in pratica un modello più destrutturato, senza una linea narrativa così stretta.


Il progetto è legato all’utilizzo di strategie pubblicitarie e di comunicazione di massa. Ci racconti questo aspetto?

Ho intenzione di aprire la partecipazione a un pubblico il più ampio possibile. Per questa ragione, la presenza mediatica e tutti i processi di intensa mediazione pubblica sono necessari, essendo i principali canali di comunicazione del processo. Stiamo parlando di un concorso di bellezza: ogni concorso, come accade per le elezioni politiche, implica una campagna pubblicitaria. Tutto ciò, se incontra l’interesse dei mezzi di comunicazione di massa, senza dubbio può avere una grande risonanza. Il concorso di bellezza propone piattaforme di mediazione intrecciate: la sala di promozione e la votazione al museo, internet nel suo complesso, e mass media, stampa, radio, televisione e canali social. Questo processo comunicativo mi permette anche di mettere in discussione il dogma democratico. Pop politico?


Come si combinano nella tua pratica artistica gli aspetti di arte “alta” e quelli della cultura popolare?

Non capisco la ragione di questo confine. In effetti uno dei miei obiettivi è quello di polverizzarla. Però data la sua forza, se sono fortunato, forse, riuscirò soltanto ad eroderla.
La mia vita è stata caratterizzata da tutti i tipi di esperienze. Il mio Io antropologico mi richiede di esplorare le relazioni dei miei simili in molteplici direzioni. Limitare il rapporto con il pubblico per una questione di deficit informativo dell’interlocutore – che qualcuno potrebbe chiamare lacuna culturale – secondo me è quantomeno inappropriato. Allo stesso modo mi sembra paternalistico portare avanti un dialogo pubblico in cui si cerca di istruire o imporre un dogma. Viviamo circondati dal mondo dello spettacolo. Tuttavia, questo è rigidamente separato dal mondo del museo, che, paradossalmente e a modo suo, ha stabilito il proprio spettacolo e il proprio protocollo spettacolare.
La convenzione che stabilisce i concetti di cultura alta e bassa non può essere vista come una sorta di approssimazione classista alla questione. Il concorso di bellezza nel museo offre strumenti per sciogliere questa dualità. Mi interessa la produzione culturale nel suo insieme, dalla latta che fa l’operaio in una fabbrica specializzata nella produzione di contenitori per conserve di pesce, agli studi ottici, ai saggi storici, alle neuroscienze, ai programmi televisivi per un pubblico di massa o alle “storie” filosofiche nei social network. E, ovviamente, l’abbigliamento. Conservo una piccola collezione di capi datati tra il 1890 e il 1940.
Trovo comodo “navigare” nel campo della ricerca storica. Dopo tutto, ho ricevuto una formazione accademica. Avendo studiato storia dell’arte, entrando in un museo  ho già un’idea precisa del contesto storico e del periodo al quale appartengono la collezione e una parte dei suoi autori. Seguendo parametri più formali, risulta più facile individuare le opere in funzione del periodo e degli stili artistici; la conoscenza iconografica ci dà un valore aggiunto nella esplorazione iniziale. In ogni caso, si apre un processo di conoscenza molto stimolante, sia della collezione che del museo, dal dipartimento di conservazione al personale di sala. È iniziata una nuova ricerca e si dipana su più livelli. Al margine degli aspetti accademici e tecnici, tendo sempre a ristabilire un contesto comunicativo che permette un approccio alle opere della collezione senza la necessità di conoscerne il contesto di produzione. Così, uno sguardo senza pregiudizi, un cambio di obiettivo, o una virgola fuori posto in una frase, possono produrre risultati inattesi, e senza dubbio coinvolgere un gruppo di persone che altrimenti rimarrebbero escluse.
Come non utilizzare il concorso come referenza narrativa, quando si tratta delle strutture di maggiore impatto del nostro tempo? Consumiamo, competiamo, scegliamo, votiamo.


Come vengono coinvolti i media nei tuoi progetti e perché sono importanti?

Trattandosi di un progetto “spettacolare”, si pone con un elemento di potenziale interesse mediatico. Ad esempio, che questo interesse abbia portato alla partecipazione al programma con il più vasto pubblico della televisione italiana, “Tú si que vales”, è una conseguenza naturale. Essere riusciti a rompere la quarta parete del museo e della televisione, al netto della pubblicità, è un risultato estetico di cui sono particolarmente soddisfatto. Ma, tutto quello che è stato detto durante la trasmissione televisiva deve essere interpretato alla lettera? Non voglio legittimare nulla, mi limito solamente a mettere una lente sopra lo stato della questione.
I mass media, per loro stessa natura, hanno la capacità di imporre la propria voce e oscurare la condizione di un’opera d’arte. Tuttavia, l’opera d’arte può anche trovare un posto – seppur raramente – in un contesto televisivo e portarlo sul proprio terreno per reinterpretarlo e caricarlo di un altro significato. Il lavoro con i mass media suppone uno sguardo spietato allo specchio.
Senza votanti non c’è concorso, pertanto, sedurli perché esprimano le proprie preferenze è un obiettivo prioritario. L’impatto sarà maggiore se il concorso riesce a raggiungere un numero maggiore di persone. L’esposizione mediatica facilita il voto, come avviene nelle elezioni politiche.


L’interazione è parte fondante del tuo lavoro. Cosa chiedi e cosa ti aspetti dal pubblico? Quali sono state le reazioni finora?

Nel caso concreto del concorso di bellezza, ciò che si chiede e ci si aspetta da parte del pubblico è il voto e ciò che questo implica. Una volta che il concorso sarà concluso e disporremo dei risultati finali, come peccatore confesso che aspiro ad abbozzare un sorriso da serpente velenoso.
L’interazione con il pubblico è qualcosa che io uso spesso; nel caso del concorso, tra le altre cose, faccio uso del processo di votazione. Tale interazione si manifesta di solito su due fronti: contatto con i votanti e rapporto con i media e i social network. Il lavoro con il team del museo, che è considerato nel suo insieme, è un elemento essenziale in questo processo interattivo. Insieme al voto in sé, si raccolgono altri tipi di risposte, alcune entusiastiche e altre critiche.
Mi interessano molto le reazioni negative provenienti dai social network. Sono molto grato per alcuni contributi. I punti di disaccordo possono aiutare la crescita di qualsiasi lavoro, per sostenerlo e rinforzarlo. In questo caso c’è stata una grande riaffermazione. Ci sono stati  contributi positivi che mi hanno fatto vedere e correggere gli errori sul sito web del progetto, un fatto che dimostra il carattere aperto del mio lavoro e la mia capacità di connettermi e beneficiare della reazione del pubblico da diverse angolazioni. Peccato che alcuni professionisti qualificati non si sono ritrovati nell’idea di processo che mi accompagna da sempre. Questa naturalezza procedurale è ciò che spiega la necessità di avere una piattaforma web, in continua evoluzione, in cui si integrano tutti i tipi di correzioni e aggiunte. Considero un vero successo essere stato capace di destare l’interesse dell’artista Iginio De Luca, che ha prodotto un’opera in segno di disaccordo con la mia partecipazione a “Tú sí que vales”. In questo modo il dialogo cresce nell’ambito della creazione artistica altrui.
Nonostante questo, il concorso di bellezza nella Galleria Nazionale di Roma e la mia partecipazione alla televisione italiana sono stati celebrati con entusiasmo in altri ambiti degli stessi canali social. La partecipazione è stata anche messa in relazione con una vecchia intervista fatta con Raffaella Carrà, su TVE1, in occasione della presentazione del mio progetto “Rent-A-Body”. Ciò dimostra che il progetto gode di strumenti di comunicazione già rodati.
Tuttavia, mi chiedo dove alcune persone abbiano lasciato il senso dell’umorismo e l’ironia che molto spesso apprezzano. Come è possibile che ci siano persone colte, ancorate a modelli e idee inamovibili che gli impediscono di lasciare spazio ad altri comportamenti? La storia, inclusa quella dei musei, dimostra che i modelli socio-culturali si trasformano. Pertanto, un museo non sfugge a questa evoluzione e la maniera di percepirlo e presentarlo ha conosciuto importanti cambiamenti nel corso del tempo. D’altra parte, la funzione iniziale di molti dei ritratti-partecipanti al concorso di bellezza non aveva nulla a che fare con la loro presentazione o conservazione in un museo. Come annunciato nello script originale del concorso di bellezza nel talent “Tú si que vales”: “sono qui per presentare un’opera d’arte impura, superficiale, banale, ma non troppo…”

Pshyco-Linguistic-Retro-Futuristic Self-portrait, Photo by: Paco Cao, 2013-2014
01.2017

Le due mostre The Lasting. L’intervallo e la durata e Time is Out of Joint hanno inaugurato la stagione del 2016 alla Galleria Nazionale. Tra le opere della collezione permanente, le due esposizioni hanno accolto i lavori di artiste e artisti contemporanei che lavorano sul tempo, che dicono della simultaneità e della coesistenza di antichità e contemporaneità e che, a volte, rimandano a un immaginario teatrale e cinematografico.

La Galleria Nazionale ha intervistato alcuni di questi artisti per raccontare in quali modi, sempre diversi, la riflessione sul tempo attraversa il loro operare. Come si pongono gli autori contemporanei nei confronti del tempo suggerito dall’Atto I dell’Amleto di Shakespeare, un tempo definito fuori dai cardini?

Sono interviste veloci, nove domande sul tempo fuor di sesto alle quali rispondono Marion Baruch [Timisoara (Romania), 1929], Emanuele Becheri [Prato, 1973], Giulia Cenci [Cortona, 1988], Daniela De Lorenzo [Firenze, 1959], Elizabeth McAlpine [Londra, 1973], Alessandro Piangiamore [Enna, 1976], Davide Rivalta, [Bologna, 1974].

Interviste di Fulvia Palacino

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10.2016

Time is out of joint scardina anche le traduzioni e la loro eccellenza non può farci nulla, come dice Derrida che, come altri, a questo verso dell’Amleto di Shakespeare ha dedicato pagine fitte di dense riflessioni. Avremmo potuto elencare qui anche noi le molte versioni che restituiscono “Time” come tempo, mondo, natura, e “out of joint” come fuori di sesto, fuori dai cardini, fuori squadra, disarticolato, scardinato, sconnesso.

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Un tempo che va ricomposto, “messo al diritto”, un diritto che in questa mostra intreccia, in simultanea coesistenza, nuove inaspettate relazioni nello spazio simbolico del museo. Relazioni che non rispondono alle ortodosse e codificate leggi della cronologia e della storia (dell’arte), ma si muovono assolte e svincolate in una sorta di anarchia che, come vuole una certa tradizione femminile a cui mi sento di appartenere, non ha nulla a che vedere con il disordine, ma si appella a qualcosa d’altro che viene prima delle regole.

Time is Out of Joint mette in campo una eterodossia, una disobbedienza, una sovversione così naturale che si potrebbe definire con Jabes “uno dei momenti privilegiati in cui si ristabilisce il nostro equilibrio precario” e si configura un incipit. Un punto sorgente e una persistenza che mette fuori gioco qualsiasi certezza cronologica e mette in campo una temporalità plastica che si comporta come il bosone di Higgs, dipende dunque dal nostro sguardo. E con un vero e proprio montaggio, con la parzialità che ogni scelta e ogni selezione porta con sé, fa precipitare il tempo storico cronologico, anacronizza passato, presente e futuro, ricostruisce e fa decantare un altro tempo, mentre mette in evidenza intervalli e durate, riprese e contrattempi. Un tempo pieno di faglie, fratture, vuoti, scarti e scatti, che suggerisce molte combinazioni come quelle che Time, senza esitazioni, espone in piena luce.

Ci muoviamo nello spazio attraversando le sale e le opere, dove le immagini sono fisse, in relazione simultanea tra loro, come se fossero prequel e sequel insieme: un cinema al contrario, dove la “fotografia”, la visione ha un ruolo chiave nel cristallizzare e trattenere tensioni così fertili anche nella loro composta presenza. Time dispiega un tempo cinematografico, un racconto, un flusso di memoria, un’anticipazione di quello che verrà e prova ad assomigliarci più di quanto faccia un libro di storia dell’arte.

Cristiana Collu, Direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

07.2016

Uno dei più celebri pay-off nel mondo della comunicazione dell’ultimo decennio ha firmato il proprio memorabile successo con la forza della sua semplicità e la determinazione della sua dichiarazione. Cosa diceva di tanto originale? Nulla. In realtà nominava semplicemente l’oggetto al quale si riferiva: (altro…)

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