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News, 2017

09.2017

In the 1920s, architect and engineer Auguste Perret speaks of a “Superb architectural language”, in which “architectural elements are comparable to the words making up a dictionary, as when they are combined they make up infinite models that respond to different emotions and practical needs”. This is also the idea you base your works on, right?

My first use of text occurred in my first installation, in 1990, at the Faculty of Science of Lisbon. It was a citation from the writer Maurice Blanchot that I read in a text by architect Peter Eisenman. I don’t remember the text or the citation anymore but I still remember transforming the phrase into an object: each word was converted into a white piece, like an empty shelf suspended on the wall, very much like Donald Judd’s works. Not readable as semantic text but as form… Maybe this first use of text was a prediction that influenced and anticipated future works. What I’m really interested in is thinking/working about space. Theory is so much a part of it that I cannot separate textual materials from other materials, as text is memory and also anticipation, and it participates in the construction of reality. The relation between text and architecture is a strong subject matter in my work.

Unbuilt is the title of a work currently on show at the Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, part of the exhibition named Conversation Piece. According to Robert Venturi, “the aesthetic simplicity that fulfills the mind stems from a hidden complexity, rooted in the nature of the relationships between primary forms”. I think this quote is particularly significant in the context of your works, as they are seemingly very simple, but they are charged with strong sociopolitical meanings.

I work with a wide range of source material and subject matter all linked by a strong minimalist aesthetic of form, color and surface texture. I hope this reveals a work that actually explores and goes beyond the limits of the object and embraces space in which both the object and the object’s viewer exist in all their phenomological manifestations.

Unbuilt directly references models of projects that have not been or never will be realized, elements that establish a dialogue with the space surrounding them that you define “fragments”. While for Carlo Scarpa the fragment becomes an opportunity to “make an enigma out of the answer”, I think in your works the same element seems more a willingness to suggest a hidden time. What is the relationship between your works and time and memory?

During a visit to an architect’s studio I watched that maquettes for a cancelled housing project were being dismantled – it seemed as if the maquettes were little homes, all about to be thrown out with the day’s trash. After taking these dismantled cardboard models to my studio they became the basis for the sculptural series entitled “Unbuilt,”. Is this a way to repurpose into sculpture materials from a project that was never built, retrieving it from the past and placing it in the present? But, that past never happened. Maybe I’m talking about the past of the future. Is there a memory of what is to come, as established by what “will have been”? Like Scarpa, I think time is an enigma, the same way reality when reflected in a mirror is an enigma.

The greatest contemporary Portuguese architects, such as Fernando Tavora for instance, have utilized the concept of the void as architectural matter: there are no isolated forms but there is always a relationship between the forms occupying a space and the space itself. What is the relationship between your works and the space they inhabit?

I agree with Tavora, that void is construction. I want to build space with my work and void is part of that construction. Sometimes through simple operations of cleaning and emptying the spaces – I continuously pared down all that is excessive, superfluous, decorative, and accessory – other times through more complexes operations that allows new spatial experiences, where the body could find countless possibilities of being a body. Verbs such as clean, remove, unblock, eliminate, open up, are part of my discourse. And I considered these to be not just actions preparatory to placing the piece but part of the work itself. I’m also interested in the history/stories of the spaces in which I work and in the memory inscribed on their walls. Void and freedom are my favorite concepts to think about space.

In this sense, do you believe that Unbuilt establishes a better dialogues with Cesare Bazzani’s Neoclassical architecture or with the other works on show?

Unbuilt establishes an amazing relation with the space of the Galleria Nazionale. For the first time, for me, this sculpture looks like an endless line of text suspended on the wall. The relation with the architectonical space is very strong and this is underlined by the proximity with Donald Judd’s wall piece and Rachel Witheread floor piece.

 

Intervista e foto di Alessia Tobia

09.2017

A meno di dieci giorni dal Finissage di Corpo a Corpo – Body to body, curata da Paola Ugolini, la Galleria Nazionale ha intervistato Alice Schivardi: l’artista, classe 1976, è in mostra con il suo lavoro Tutti con me e me con voi.

 

Alice Schivardi, The Mahmuds, Bangladesh, 2011-2015
Alice Schivardi


Il tuo progetto in mostra propone una riflessione sulla natura della famiglia attraverso un confronto tra nuclei familiari diversi per etnia, ceto sociale e religione. Come è nato e in che modo hai deciso di svilupparlo?

Tutto è cominciato quando ero piccina e non facevo altro che stare in case di amici, per solitudine, o meglio dei genitori o nonni dei miei compagni di classe. Sono sempre stata una bambina particolarmente socievole, curiosa, e soprattutto portata a stare con persone di qualsiasi età. Così fin da piccola, passavo il tanto tempo libero che avevo a disposizione, rifugiandomi nelle famiglie degli altri, inoltre sono figlia unica. Racconto questo aneddoto perché penso sia importante vedere da dove è partita questa mia attitudine che poi crescendo si è amplificata. Arriviamo al 2012: mi trovo a Roma dove incontro una famiglia del bangladesh che gestisce un internet point che frequento spesso, diventando cosi amica di tutti. Spontaneamente, con le donne del nucleo familiare, abbiamo cominciato a parlare di abiti e di scambi di abiti. Pian piano sono diventata parte di loro e cosi ho chiesto ad un caro amico fotografo, Rodolfo Fiorenza, di farmi uno scatto con tutta la famiglia. Quando ho scattato la prima fotografia, guardandola, mi sono subita resa conto della universalità del bisogno d’affetto e appartenenza che ognuno di noi ha in sé.  Da allora, grazie alle famiglie pronte ad accogliermi, posso dire : “Ero figlia unica”.

Andando oltre il concetto di lavoro politico sul corpo, “Tutti con me e me con voi” affronta il tema estremamente attuale delle identità culturali e razziali arricchendosi di contenuti sociologico-antropologici. In che modo la fotografia si inserisce nel processo identitario?

Per me la fotografia è un mezzo come un altro per arrivare ad esprimere un’idea. Eppure, la rapidità e la fedeltà dell’immagine fotografica e, allo stesso tempo sapere che la realtà è in continuo mutamento, mi fanno sentire la possibilità di afferrare qualcosa perdendola. Lo strumento fotografico è ormai conosciuto da tutti, è popolare, è vicino, semplice. E’ quindi un mezzo trasversale che sintetizza un processo ben più ampio, tra tecnica e umanità. In una sorta di performance vivente nel quale i protagonisti vengono immortalati solo all’ultimo istante, si può cogliere l’essenza identitaria e sentirla già in mutamento. Penso, inoltre, sia bello perdersi nei volti di tutte le persone che hanno aderito al progetto e immaginarsi quale tipo di dinamica ci abbia avvicinato e permesso di abbandonarci all’incontro.

Il tuo lavoro fa parte di Corpo a Corpo, una mostra che raccoglie opere di diverse artiste che hanno segnato la storia dell’arte femminile. Ti senti figlia di questo tempo?

Mi sento decisamente figlia di questo tempo anche se il mio sguardo si rivolge spesso al futuro. Premesso che per me l’Arte è Arte, sento che ritrovo le mie radici soprattutto in artiste donne. Riconosco inoltre, che senza il movimento femminista, gran parte del potenziale artistico sarebbe rimasto inesplorato. Artiste come la Abramovic o la Woodman, che hanno segnato la storia dell’arte al femminile, sono per me sempre state di grandissima ispirazione, le ho studiate ed amate, e mi hanno sempre tenuto compagnia quando smarrivo la strada. E’ in alcune profondità femminili, in alcune drammatiche narrazioni, che sento un’eco che mi abita e mi strugge.

I tuoi lavori intrecciano la Storia e diverse Storie del “fare collettivo” che si raccontano e dialogo tra loro. In che modo conversano con la mostra permanente Time is Out of Joint?

Gli intrecci sono infiniti, le connessioni possibili interminabili. E’ nello sguardo di chi incontra le opere trovare un filo conduttore tra se stesso, soggettivamente, e ciò che lo circonda. Nell’istante che è già trascorso, passato, presente e futuro, sono insieme.

 

Intervista di Alessia Tobia

08.2017
Silvia Giambrone
Silvia Giambrone, Senza titolo con spine, 2017 Giuseppe Pellizza da Volpedo, Cartone per “Il Quarto Stato”, 1898–1899

Time is Out of Joint è una mostra in movimento, nella quale le opere viaggiano, restano, partono e tornano. Ed è una mostra che accoglie altre mostre e progetti temporanei che si alternano negli spazi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Silvia Giambrone, giovane artista arrivata nelle sale di Time con il premio Level 0 di ArtVerona, espone anche nella mostra Corpo a Corpo. La Galleria Nazionale le ha posto gli stessi quesiti rivolti agli artisti contemporanei che abitano il tempo out-of-joint della Galleria.

 

Nove domande sul tempo fuori di sesto, risponde Silvia Giambrone

Nasce ad Agrigento nel 1981, vive e lavora a Roma. Scelta ad ArtVerona da Cristiana Collu, Direttrice della Galleria Nazionale, in Time is Out of Joint espone Senza titolo con spine e Campo di Battaglia, due installazioni entrambe del 2017, poste in dialogo con le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Leoncillo, Alberto Burri, Emilio Vedova, ad arricchire la conversazione sul tema del conflitto e della brutalità. In Corpo a Corpo espone invece Elegia Duinese n.1 (2016), una scultura ispirata alla omonima poesia di Reiner Maria Rilke e composta da un minerale duro e da una parte malleabile che, contrariamente al primo, consente di poter lasciare un segno sulla materia e attivare con essa una connessione di tipo viscerale.

Come si pone la tua arte rispetto alla classica linea del tempo?
«Ogni volta che mi capita di ascoltare un cuore che batte mi attraversa un lieve sgomento perché mi ricorda ogni volta, con ostinata epifania, che per me proprio quello è il tempo. Non so se mi sgomenti più il mistero che esso porta con sé o il fatto che io me ne dimentichi regolarmente».

Qual è la tua vocazione nel tempo del super now?
«La mia vocazione è andare in profondità, e più si discende più tempo e spazio si denudano e si articolano. Ho l’ambizione dell’albero, di dare stabilità alle altezze del tronco ancorando le radici sempre più a fondo, attraversando ere geologiche, psichiche e culturali». 

In un tempo fuor di sesto, contemporaneo è già preistoria?
«Credo che il tempo sia un linguaggio e come tale esposto a continue riformulazioni, rigenerazioni, declinazioni». 

Le tecnologie digitali azzerano il tempo e permettono di veder realizzate tante idee in un baleno, ti senti mai in ritardo?
«A me interessa il tempo psichico, rispetto al quale non esiste geometria soddisfacente e che consente di riscrivere e rileggere tutto in base a variabili rinnovate».

Anche il digitale contribuisce a creare un tempo disarticolato, tanto che su internet non esiste fuso orario. Le tue opere sono pensate per vivere in un eterno presente?
«Le mie opere sono fatte per chi vuole incontrarle. Il livello di sofisticazione digitale mi interessa relativamente, per me l’opera è sempre un incontro». 

I cassetti delle nonne erano pieni di fotografie. Oggi gli scatti sono di più, ma i cassetti sono vuoti. Al tempo del cloud, dove tutto è disponibile senza tempo, cosa vuol dire ricordare?
«Credo che ognuno di noi sia un piccolo Atlante, costretto a tenere la volta celeste sulle proprie spalle, che la volta sia di legno o d’aria fa poca differenza».

Cosa succede se ti fermi?
«Ascolto, meglio».

In alcuni esperimenti una particella sembra attraversare due fenditure diverse contemporaneamente. Con le tue opere sei presente in luoghi diversi nello stesso tempo, che effetto ti fa?
«Raramente mi identifico con le mie opere, credo piuttosto che facciano quello che vogliono. Quando le re-incontro o quando tornano in studio di solito le interrogo, di solito portano sempre qualcosa di nuovo».

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«Una rosa è una rosa è una rosa».

Intervista di Fulvia Palacino

08.2017
Chiara Fumai Reads Valerie Solanas
Chiara Fumai, Chiara Fumai Reads Valerie Solanas, 2013

Chiara Fumai era una persona intensa e sensibile come solo gli artisti possono essere. Ci siamo conosciute qualche anno fa quando fui colpita dalla sua intelligenza nel trattare temi complessi come le pari opportunità e il ruolo della donna nella società contemporanea. Abbiamo lavorato insieme due anni, inseguendo il sogno di una collettiva in un museo romano dove esporre per la prima volta il suo lavoro su Valerie Solanas con cui aveva vinto il Premio Furla. Ho avuto l’opportunità di realizzarlo attraverso la mostra Corpo a corpo | Body To Body, inaugurata lo scorso 21 giugno alla Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma. È stato un privilegio aver potuto lavorare con Chiara e ringrazio la Galleria Nazionale per avere dato spazio e respiro al suo modo di vedere le cose.

Paola Ugolini, curatrice della mostra Corpo a Corpo | Body To Body
07.2017

The two exhibitions The Lasting. L’intervallo e la durata and Time is Out of Joint have inaugurated the 2016 museum season at the Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Utilizing works from the museum’s permanent collection, the two exhibitions showcased the works of contemporary artists that play with the concept of time and simultaneously highlight the coexistence of old and new elements, which sometimes recall theatrical or cinematographic scenes.

The Galleria Nazionale has interviewed some of these artists in order to narrate the ever-changing ways in which time has influenced their artistic production. How do contemporary artists position themselves in relation to the idea of time observed in the First Act of Shakespeare’s Hamlet, when this force is deemed “out of joint”?

The interviews are short, composed of nine questions regarding the concept of time and its state of being out of joint. Marion Baruch (Timisoara, Romania, 1929), Emanuele Becheri (Prato, Italy, 1973), Giulia Cenci (Cortona, Italy, 1988), Daniela De Lorenzo (Florence, Italy, 1959), Elizabeth McAlpine (London, UK, 1973), Alessandro Piangiamore (Enna, Italy, 1976) and Davide Rivalta (Bologna, Italy, 1974) answer our curiosities on the matter.

Interviews by Fulvia Palacino

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07.2017

Cristiana Collu sceglie la giovane artista nel progetto Level 0 di ArtVerona

È Silvia Giambrone la giovane artista selezionata da Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, nel progetto Level 0 di ArtVerona 2016, con il quale 14 direttori dei principali musei di arte contemporanea hanno scelto alcuni artisti in fiera per promuoverli nella propria programmazione.

Silvia Giambrone
Silvia Giambrone, Campo di Battaglia, 2017 Gohar Dashti, Today’s Life and War, 2008

Senza titolo con spine e Campo di Battaglia sono le due installazioni dell’artista agrigentina, classe 1981, che da oggi dialogano con le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Leoncillo, Alberto Burri, Emilio Vedova, Gohar Dashti, e alimentano la riflessione sul tema del conflitto e della violenza nel tempo “out of joint” della Galleria Nazionale. Gli aspetti più inquietanti del domestico, che a volte evocano un campo di battaglia, si inseriscono a pieno titolo nel dialogo sul conflitto nella sala che la Galleria Nazionale dedica al tema della guerra.

«La presenza di Silvia Giambrone in Time is Out of Joint ha origine da una contingenza che è in piena sintonia con l’idea di accadimento e di evento che l’indagine sul tempo della mostra mette in campo», dice Cristiana Collu. «Silvia si avvicina alla sua presenza in Galleria con un’idea e risolve la sua relazione con un’altra che risuona nella sala che ha scelto, e nella quale il suo lavoro si accende con una puntualità che sorprende senza punti di sutura».

Silvia Giambrone
Silvia Giambrone, Senza titolo con spine, 2017 Giuseppe Pellizza da Volpedo, Cartone per “Il Quarto Stato”, 1898–1899

Senza titolo con spine, composta da sedie in legno, rami di acacia spinosa, polivinilcloruro, bitume, vernice per vetro, combina materiali diversi in una architettura dinamica eppure stabile, evocando aspetti inquietanti della vita domestica. Attraverso un approccio poetico, rappresentato dall’intrusione di forze esterne nella relazione, l’opera mette insieme ambiente domestico – le due sedie in dialogo – e natura – i rami di acacia spinosa, detta anche ‘spina santa’ perché la stessa della corona di spine del Cristo – in un equilibrio che mostra la fragilità della vita. La casa diviene così proiezione sacra e profana della psiche.

In Campo di Battaglia, al centro di un tappeto persiano, una parte del tessuto viene divelta creando un vuoto esaltato da una composizione di fiori secchi interamente ricoperti da polvere da sparo. La decorazione floreale, mimetica rispetto a quella del tappeto, si fa tridimensionale e si arma di polvere di sparo, svelando per analogia come l’ambiente domestico sia un campo di battaglia.

«Il conflitto domestico non è meno grave della guerra», dice Silvia Giambrone. «per questo il tappeto di Campo di Battaglia dialoga con Today’s Life and War, la serie fotografica di Gohar Dashti, mentre Senza Titolo con spine è esposta vicino al San Sebastiano di Leoncillo per i suoi riferimenti spirituali. Mi interessa dare forma alle testimonianze latenti dell’ambiente domestico che di solito prendono voce con fatica».

 

Silvia Giambrone

Silvia Giambrone nasce ad Agrigento nel 1981, vive e lavora a Roma. Ha vinto diversi premi e partecipato a molte residenze. Alcune tra le sue mostre includono: Pandora’s box, CCCB, Madrid (2009), Eurasia, Mart, Rovereto (2009), Qui vive?, Moscow Biennale (2010), Flyers,  Oncena Biennal de la Havana (2012), Re- Generation, Macro, Roma (2012), Mediterranea 16 (2013), Unitext, Kaunas Bienale, Lituania (2013), Let it go, American Academy in Rome (2013), Critica in arte, MAR, Ravenna (2014), A terrible love of war, Kaunas Bienale, Lituania (2015); Every passion borders on the chaotic, Museo Villa Croce, Genova (2016); W Women in Italian Design, Triennale Design Museum, Milano (2016); Archeologia domestica Vol. I, Istituto italiano di cultura, Colonia (2016); Terra mediterranea: in action, NiMAC, Nicosia, Cipro (2017); Corpo a corpo, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma (2017).

06.2017

/Uncinematic è il primo solo-show di George Drivas e si muove all’interno della cornice di Time is Out of Joint. Tra le opere della collezione permanente l’artista greco ci restituisce, attraverso alcuni cortometraggi, la sua visione fatta di paesaggi distopici e tempi frammentati.

Domenica 18 giugno 2017, a tre giorni dall’inaugurazione della mostra, La Galleria Nazionale lo ha intervistato nel quartiere EUR, a Roma.

 

 

Il 2017 è un anno importante, soprattutto in Italia. La tua rappresentanza al Padiglione Grecia alla Biennale di Venezia con Laboratory of Dilemmas e il tuo primo solo-show a Roma, alla Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea.

Decisamente sì. Anche se partecipare alla Biennale ti consente da un lato di impegnare una grande somma di denaro in tuo lavoro, dall’altro non è però sempre gratificante. Non amo molto questo tipo di rassegne, che per certi aspetti sono come dei supermercati. Le persone hanno in media 2 giorni per visitare tutti i padiglioni, e ciò rende impossibile la contemplazione e l’interpretazione dei lavori dei singoli artisti. In questo senso la possibilità di una mostra alla Galleria Nazionale è per me di notevole rilevanza. Il Museo per me è uno spazio sacro, dove l’arte va contemplata.

 

     

 

Arte come ritualità, come nell’antica Grecia? Dove tutta la comunità assisteva agli spettacoli vivendo una catarsi collettiva nella comica o tragica messinscena del destino umano?

Esatto, è necessario riattivare una dimensione “rituale” partecipativa. Questo è il motivo per cui nella mia vita, e non solo nel mio percorso artistico, ho sempre amato molto le chiese e assistito a messe di differenti religioni. Non mi interessava l’aspetto spirituale ma quello simbolico. In tutte le società, dalle più arcaiche a quelle contemporanee, sono necessarie forme di rappresentazione della coesione interna tra gli individui, delle tensioni che le attraversano, delle paure e delle speranze. Ecco, per me l’arte deve sollecitare tutto questo e il Museo è il posto dove ciò può accadere.

 

    

 

I tuoi lavori sono tutti cortometraggi, ma parte della tua produzione è caratterizzata da una sequenza di fotogrammi che, al contrario del cinema, non generano movimento ma suggeriscono l’illusione del suo movimento.

Cinematografia e fotografia intrattengono da sempre un rapporto significativo. L’immagine fissa è la materia prima per la creazione dell’immagine in movimento, ed è precisamente così che la uso. Da un lato quindi il ritorno al fotogramma è un omaggio al cinema, riducendolo alla sua struttura originaria, dall’altro è il mio modo di rappresentare la realtà: che cos’è la realtà se non un insieme di momenti?

 

    

 

Nel 1992 Marc Augé coniò il termine non-luoghi per definire i nuovi luoghi tipici della modernità del mondo occidentale, o della surmodernità: luoghi non identitari, privi di relazione, di storicità. C’è chi ha paragonato le ambientazioni dei tuoi cortometraggi proprio ai posti cui allude l’antropologo francese. Esiste davvero un processo di spersonalizzazione? Tu come definiresti i tuoi luoghi?

Li definirei universali. Questo perché le situazioni che racconto sono estratti di realtà, che potrebbero accadere a Roma come ad Atene, a Londra, a Berlino. E questa è la ragione anche dell’uso del bianco e nero (o della desaturazione): rendere tali posti inaccessibili, non identificabili, nemmeno dal punto di vista spazio-temporale.

 

Intervista e foto di Alessia Tobia

 

 

06.2017

Leoni Davide Rivalta

 

Hic sunt leones: alla Galleria Nazionale
I leoni in effigie sul pronao, sono l’emblema della sua storia, ma anche simbolo e metafora dei territori inesplorati, delle terrae incognitae dell’arte, di tutto quello che c’è ancora da scoprire e di tutto quello che rimarrà segreto e custodito. Un luogo dove ospitare e abitare l’utopia, dove avere coraggio, energia, forza, sempre all’erta, vigili e pronti allo scatto al di là di ogni mansueta apparenza.

La presenza epifanica delle opere di Davide Rivalta e la loro apparizione spaesante nell’habitat urbano, si sottrae alla statuaria: nella visione ravvicinata, infatti, la figura, senza per questo dissolversi, cede il passo al gesto formante, all’evidenza enigmatica della somiglianza e si offre come magistrale risultato di un processo in atto. Rivalta ferma la vita senza toglierla, come mostrano anche i suoi disegni, riuscendo nella verosimiglianza naturalistica e nell’infinita sospensione di un istante “che mantiene una distanza proprio mentre l’oltrepassa”.

Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale
05.2017

L’ arte sacra è una componente imprescindibile dell’Islam: è una testimonianza dell’unità divina, uno strumento per accedere alla sua luce. Gli arabeschi, speculazione geometrica e rappresentazione materiale degli impalpabili ritmi della natura, costituiscono una delle arti tradizionali islamiche. Ancora più che ornamento sono fonte di spiritualità, il rinnovarsi della rivelazione attraverso e oltre l’esperienza sensibile. Il 9 e il 10 maggio si sono svolti alla Galleria Nazionale due workshop tenuti dalle artiste Shaheen Kasmani e Ayesha Gamiet, protagoniste del progetto Una Moschea per Roma?

 

Il laboratorio si è svolto come un corso pratico e teorico di arabeschi, dove i partecipanti sono stati introdotti al loro significato simbolico e cosmologico ‒ simmetria e armonia, ritmo e immaginazione.

        arabeschi              arabeschi

Artista e insegnante, Shaheen Kasmani ha studiato Arti Tradizionali Islamiche presso la Prince’s School of Traditional Arts, specializzandosi nelle tecniche di disegno tessile, dentro e oltre la tradizione. Ispirata dalla letteratura postcoloniale, la sua arte esplora le relazioni tra simmetrie, spiritualità e radici culturali.

Laureata in Studi Orientali alla University of London, specializzata in Arti Tradizionali presso la Prince’s School of Traditional Arts e insegnamento delle arti alla University of Cambridge, Ayesha Gamiet è una artista visiva ed educatrice. Studiosa di manoscritti miniati e motivi floreali, lavora tra il Regno Unito, Malesia e vari paesi arabi, con numerose esperienze di insegnamento alla Prince’s School of Traditional Arts, al Qatara Cultural Village, alla House of Traditional Arts di Jeddah e a Medina.

 

 

05.2017

È un’immagine surreale e di grande impatto la coppia dei leoni di bronzo di Davide Rivalta sulla scalinata della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Non sono più solamente i quattro leoni stilofori di Cesare Bazzani a vigilare sulla facciata dell’edificio neoclassico ma anche i felini di Davide Rivalta, allestiti con un’operazione spettacolare sotto gli occhi del pubblico, che ha assistito incuriosito.

 

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Per la movimentazione delle due grandi sculture l’ufficio mostre ha richiesto il supporto del dipartimento tecnico della Galleria Nazionale, che ha predisposto un adeguato rinforzo sotto la pavimentazione della scalinata dell’edificio, in modo che le sculture fossero posizionate in sicurezza.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

I leoni di bronzo di Davide Rivalta sono arrivati con un camion da Torino, accompagnati dall’artista e dal direttore della fonderia dove le opere hanno preso vita.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Ad aspettare i leoni all’esterno della Galleria il grande braccio meccanico necessario per il posizionamento: le sculture pesano circa 400 chili l’una.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

I due leoni sottolineano il dialogo tra Villa Borghese e l’architettura del museo, trasformato in una vera e propria quinta teatrale. Le sculture di Rivalta danno una vivida impressione di realtà: sono riproduzioni dei leoni fotografati dall’artista al Centro di Tutela e Recupero della Fauna Selvatica del Monte Adone, in provincia di Bologna, sua città d’origine.

 

Ritratti in pose familiari sono distanti dall’immaginario archetipico del leone, visto come simbolo di forza: animali a grandezza naturale, apparentemente immobilizzati dalla pesantezza materica, come in ozio ma vigili.

 

Leoni di Davide Rivalta

 

Le sculture sono in relazione con i disegni dei leoni che l’artista ha realizzato sul corridoio che unisce l’ala nord-est con la nord-ovest per la mostra Time is Out of Joint. C’è una continuità concettuale e spaziale tra di loro: da memoria mitizzata, che si rintraccia nella pittura parietale, di chiara matrice rupestre, i leoni diventano presenza concreta.

 

ph: Erica Bellucci, Rome University of Fine Arts

03.2017

Miss e Mister Galleria Nazionale hanno ora un volto: i vincitori sono la protagonista di Sogni di Vittorio Corcos e il Nudo accademico di un ignoto pittore francese. Non sono mancati i colpi di scena durante il Gran Finale del Museum Beauty Contest.

Il racconto del Gran Finale del Museum Beauty Contest attraverso il live twitting e le parole dei protagonisti.

 


Lunedì 27 marzo nel Salone Centrale della Galleria Nazionale sono stati incoronati Mister e Miss Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea 2017. Il concorso del Museum Beauty Contest diretto dall’artista spagnolo Paco Cao si è concluso con una vera e propria rappresentazione teatrale che ha trasformato il Salone Centrale del museo in un palcoscenico.

ph by Paco Cao

Negli spazi della mostra dei 70 ritratti sono stati proclamati i due vincitori scelti dal pubblico dopo sei mesi di votazione. La serata è stata anche un omaggio a Luchino Visconti e al grande cinema italiano, ed è accompagnata dalle musiche di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner, i due compositori storicamente rivali.

A ottobre 2016 è stata presentata la fase iniziale del concorso – le primarie, che hanno registrato oltre 100.000 preferenze con il voto online – dopo un’accurata selezione delle candidate e dei candidati alla quale ha preso parte il team di lavoro del museo al completo. Da gennaio 2017 si sono svolte le finali per scegliere i vincitori, qui il pubblico oltre al voto online ha potuto esprimere le proprie preferenze nel salone Centrale della Galleria tramite schede da porre in due urne. I voti registrati al museo sono stati oltre 15.000.

Il contest cita un format classico, la mela d’oro alla più bella, il concorso di bellezza indetto da Zeus per scegliere tra Era, Atena e Afrodite. Un’iconografia condivisa da tutta la storia dell’arte che attraversa il tempo e tratta la bellezza come qualità e strumento di scambio. Una delle litiganti in quel concorso millenario, Atena/Minerva, fa parte dell’elenco dei partecipanti e delle opere esposte nel Salone Centrale.

La scaletta della serata ha seguito i ritmi di un vero e proprio concorso televisivo, alternando momenti di divertimento e ironia ad altri di suspance.

Durante la cerimonia non sono mancati i colpi di scena. Giuseppe Verdi, scelto all’unanimità dal pubblico, ha rifiutato il premio e ceduto la corona a Giuseppe Nudo. Queste le parole del maestro:

Tra le donne è stata Maria Sogni ad aggiudicarsi il titolo di Miss Galleria Nazionale.

I personaggi raffigurati nelle opere si sono animati come reali concorrenti attraverso l’interpretazione di due attori. Il pubblico che ha potuto assistere all’incoronazione delle opere vincitrici spostate per l’occasione su podi dorati al centro della sala.

Giuseppe Nudo e Maria Sogni – questi i nomi di fantasia che l’artista ha dato ai personaggi – saranno i testimonial della Galleria Nazionale per l’intero anno insieme ai vincitori delle menzioni d’onore. Il premio Mister Eleganza va al Principe Aleksandr Ivanovic Barjatinskij (Horace Vernet, Ritratto del Principe Barjatinskij, 1837). Mister Simpatia se lo aggiudica Giuseppe Uomo (Albert Friscia, Ritratto d’uomo, 1936). Miss Eleganza va a Maria Polymnia (John Lavery, Polymnia , 1909). Miss Simpatia lo vince Luce Balla (Giacomo Balla, Veli rosa. Ritratto di luce, 1921).

La cerimonia, accompagnata da musica classica e lancio di coriandoli d’oro, è stata documentata da Paco Cao come tutte le altre fasi del progetto. Verrà realizzato un documentario che racconterà il Gran Finale del Museum Beauty Contest e la residenza dell’artista alla Galleria Nazionale.

La mostra con i 70 ritratti – in gara dal 10 ottobre 2016 – resterà aperta al pubblico fino al 1 maggio 2017.

01.2017

 

Aleksandr Deineka, Corsa campestre femminile, 1931, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Russia: Lawmakers must halt alarming plans to decriminalize domestic violence (Amnesty International)
Russia, picchiare la moglie non è reato. Depenalizzata la violenza in famiglia (Corriere della Sera)
Russia, la Duma approva depenalizzazione delle violenze domestiche (Huff Post)
La Russia verso la depenalizzazione delle violenze domestiche (La Stampa)
Mosca, picchiare moglie e figli non sarà più reato (Repubblica)
Duma russa: ok alla depenalizzazione delle violenze domestiche (Sole 24 Ore)

Il tempo è davvero out of joint, e quello delle donne viene di nuovo scandito da rintocchi d’avvertimento a cui noi per prime rischiamo di fare poco caso. La notizia che viene dalla Russia porta altrove e quello che sgomenta è il profilarsi della normalizzazione, ma non è necessario andare all’estero per sentire sinistri rintocchi, se sei una donna.

Action speaks louder

Sto per gettare un sasso nello stagno. Sappiamo tutti cosa accade. Sappiamo tutte cosa accade quando le onde smettono di riverberare nell’acqua e si infrangono sulla sponda dello stagno. Perché la tentazione dello stagno esiste. Esiste fuori da ogni ragionevole dubbio. Ma un dubbio rimane. Il mio dubbio è se sia poi così difficile esondare, superare le sponde e “far correre” un inesorabile cambiamento. Nessuno farà niente per noi se non saremo noi a farlo.
Ognuna di noi può fare qualcosa, molte di noi possono fare di più, anche io dunque. Voglio farlo oggi, adesso e così, con uno slancio sorgivo e arcaico, e vi chiamo a raccolta: sentiamoci, vediamoci presto. Presto perché tutto è fin troppo urgente e nessuna di noi deve assistere inerme. Poche chiacchiere ma parole autentiche che fanno la differenza e tutta l’arte che possiamo mettere in campo. Si tratta di comprendere ciò che sappiamo e trarne le conseguenze: saranno quelle a farci muovere, a segnare il passo. Carol Gilligan chiude il suo libro La virtù della resistenza con questa frase: “In natura, la primavera – la stagione della maturità al termine del letargo – arriva una volta all’anno. Nell’anima la potenzialità è sempre presente. Ora è il momento di agire”.
Ora è il momento di agire mie care artiste e ragazze di tutte le età. Incontriamoci e decidiamo insieme le conseguenze del nostro muoverci. Ho gettato il mio sasso nello stagno.

Cristiana Collu
Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

 

 

Scrivetemi qui e vediamoci lunedì 13 febbraio

01.2017

 

Il 20 febbraio 2017 inizia la seconda fase del Museum Beauty Contest con la mostra dei ritratti finalisti nel Salone Centrale della Galleria Nazionale. L’artista Paco Cao, direttore del progetto, in questa occasione ci racconta il dietro le quinte del concorso per le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Come nasce il Museum Beauty Contest?

Nel 2000, durante una visita al MET di New York – ricordo che era una rigida mattina d’inverno – come sono solito fare quando visito il museo, notai il giovane ragazzo ritratto nel 1530 da Bronzino con la raffinata ricercatezza dell’alta società fiorentina del XVI secolo. Però, in quella particolare occasione, mi sono immaginato il ragazzo ritratto come se vivesse nel presente. Questa idea era stata sollecitata dalla strana sensazione di contemporaneità della proposta visiva del Bronzino. Quella “maniera” pittorica mi ricordava una parte dell’apparato formale dell’industria della moda di lusso contemporanea. Il mio interesse mi spinse a ricercare forme per far rivivere il personaggio del quadro, per collocarlo in un contesto attuale: lo immaginai che sfilava in una passerella, come un modello o un candidato di un concorso di bellezza, mentre percorreva la sala del museo, letteralmente fluttuando sopra il pavimento. Questa fantasia mi portò a formulare due progetti che emersero insieme e che ho perfezionato nel corso degli anni. Ho concepito un concorso di sosia per il bisogno di far rivivere in carne e ossa un personaggio del passato come il giovane fiorentino, e un concorso di bellezza per vedere il museo trasformato in un set al servizio di uno spettacolo pop, rivolto  ai mezzi di comunicazione. Dal 2001 al 2004 ho realizzato una serie di concorsi di sosia ispirati a tre ritratti del XVII secolo: uno, di autore ignoto di scuola romana, esposto in un monastero sardo; un altro, il Juan de Pareja ritratto da Velázquez e, infine, un ritratto di donna realizzato da Cornelis de Vos. Con il progetto “Eternal Rest” (2012) ho chiuso la partita con il giovane di Bronzino, ma non come avrei voluto. Nel 2014 ho avuto l’occasione di lanciare la serie dei concorsi di bellezza nel Museo delle Belle Arti Oviedo (Asturie), che attualmente continua alla Galleria Nazionale di Roma.


Come strutturi il processo creativo?

Da un lato, attraverso un processo di ricerca, si costruisce il racconto del progetto, si stabiliscono le condizioni di produzione e si sviluppano i diversi dispositivi che visualizzano i processi ed entrano in contatto con la sfera pubblica. Dall’altro lato, si organizza un palinsesto narrativo parallelo al progetto. Nel caso del concorso di bellezza: un film e un libro. Tuttavia, questa struttura così rigida non viene contemplata in altri progetti, dove si mette in pratica un modello più destrutturato, senza una linea narrativa così stretta.


Il progetto è legato all’utilizzo di strategie pubblicitarie e di comunicazione di massa. Ci racconti questo aspetto?

Ho intenzione di aprire la partecipazione a un pubblico il più ampio possibile. Per questa ragione, la presenza mediatica e tutti i processi di intensa mediazione pubblica sono necessari, essendo i principali canali di comunicazione del processo. Stiamo parlando di un concorso di bellezza: ogni concorso, come accade per le elezioni politiche, implica una campagna pubblicitaria. Tutto ciò, se incontra l’interesse dei mezzi di comunicazione di massa, senza dubbio può avere una grande risonanza. Il Museum Beauty Contest propone piattaforme di mediazione intrecciate: la sala di promozione e la votazione al museo, internet nel suo complesso, e mass media, stampa, radio, televisione e canali social. Questo processo comunicativo mi permette anche di mettere in discussione il dogma democratico. Pop politico?


Come si combinano nella tua pratica artistica gli aspetti di arte “alta” e quelli della cultura popolare?

Non capisco la ragione di questo confine. In effetti uno dei miei obiettivi è quello di polverizzarla. Però data la sua forza, se sono fortunato, forse, riuscirò soltanto ad eroderla.
La mia vita è stata caratterizzata da tutti i tipi di esperienze. Il mio Io antropologico mi richiede di esplorare le relazioni dei miei simili in molteplici direzioni. Limitare il rapporto con il pubblico per una questione di deficit informativo dell’interlocutore – che qualcuno potrebbe chiamare lacuna culturale – secondo me è quantomeno inappropriato. Allo stesso modo mi sembra paternalistico portare avanti un dialogo pubblico in cui si cerca di istruire o imporre un dogma. Viviamo circondati dal mondo dello spettacolo. Tuttavia, questo è rigidamente separato dal mondo del museo, che, paradossalmente e a modo suo, ha stabilito il proprio spettacolo e il proprio protocollo spettacolare.
La convenzione che stabilisce i concetti di cultura alta e bassa non può essere vista come una sorta di approssimazione classista alla questione. Il concorso di bellezza nel museo offre strumenti per sciogliere questa dualità. Mi interessa la produzione culturale nel suo insieme, dalla latta che fa l’operaio in una fabbrica specializzata nella produzione di contenitori per conserve di pesce, agli studi ottici, ai saggi storici, alle neuroscienze, ai programmi televisivi per un pubblico di massa o alle “storie” filosofiche nei social network. E, ovviamente, l’abbigliamento. Conservo una piccola collezione di capi datati tra il 1890 e il 1940.
Trovo comodo “navigare” nel campo della ricerca storica. Dopo tutto, ho ricevuto una formazione accademica. Avendo studiato storia dell’arte, entrando in un museo  ho già un’idea precisa del contesto storico e del periodo al quale appartengono la collezione e una parte dei suoi autori. Seguendo parametri più formali, risulta più facile individuare le opere in funzione del periodo e degli stili artistici; la conoscenza iconografica ci dà un valore aggiunto nella esplorazione iniziale. In ogni caso, si apre un processo di conoscenza molto stimolante, sia della collezione che del museo, dal dipartimento di conservazione al personale di sala. È iniziata una nuova ricerca e si dipana su più livelli. Al margine degli aspetti accademici e tecnici, tendo sempre a ristabilire un contesto comunicativo che permette un approccio alle opere della collezione senza la necessità di conoscerne il contesto di produzione. Così, uno sguardo senza pregiudizi, un cambio di obiettivo, o una virgola fuori posto in una frase, possono produrre risultati inattesi, e senza dubbio coinvolgere un gruppo di persone che altrimenti rimarrebbero escluse.
Come non utilizzare il concorso come referenza narrativa, quando si tratta delle strutture di maggiore impatto del nostro tempo? Consumiamo, competiamo, scegliamo, votiamo.


Come vengono coinvolti i media nei tuoi progetti e perché sono importanti?

Trattandosi di un progetto “spettacolare”, si pone con un elemento di potenziale interesse mediatico. Ad esempio, che questo interesse abbia portato alla partecipazione al programma con il più vasto pubblico della televisione italiana, “Tú si que vales”, è una conseguenza naturale. Essere riusciti a rompere la quarta parete del museo e della televisione, al netto della pubblicità, è un risultato estetico di cui sono particolarmente soddisfatto. Ma, tutto quello che è stato detto durante la trasmissione televisiva deve essere interpretato alla lettera? Non voglio legittimare nulla, mi limito solamente a mettere una lente sopra lo stato della questione.
I mass media, per loro stessa natura, hanno la capacità di imporre la propria voce e oscurare la condizione di un’opera d’arte. Tuttavia, l’opera d’arte può anche trovare un posto – seppur raramente – in un contesto televisivo e portarlo sul proprio terreno per reinterpretarlo e caricarlo di un altro significato. Il lavoro con i mass media suppone uno sguardo spietato allo specchio.
Senza votanti non c’è concorso, pertanto, sedurli perché esprimano le proprie preferenze è un obiettivo prioritario. L’impatto sarà maggiore se il concorso riesce a raggiungere un numero maggiore di persone. L’esposizione mediatica facilita il voto, come avviene nelle elezioni politiche.


L’interazione è parte fondante del tuo lavoro. Cosa chiedi e cosa ti aspetti dal pubblico? Quali sono state le reazioni finora?

Nel caso concreto del Museum Beauty Contest, ciò che si chiede e ci si aspetta da parte del pubblico è il voto e ciò che questo implica. Una volta che il concorso sarà concluso e disporremo dei risultati finali, come peccatore confesso che aspiro ad abbozzare un sorriso da serpente velenoso.
L’interazione con il pubblico è qualcosa che io uso spesso; nel caso del concorso, tra le altre cose, faccio uso del processo di votazione. Tale interazione si manifesta di solito su due fronti: contatto con i votanti e rapporto con i media e i social network. Il lavoro con il team del museo, che è considerato nel suo insieme, è un elemento essenziale in questo processo interattivo. Insieme al voto in sé, si raccolgono altri tipi di risposte, alcune entusiastiche e altre critiche.
Mi interessano molto le reazioni negative provenienti dai social network. Sono molto grato per alcuni contributi. I punti di disaccordo possono aiutare la crescita di qualsiasi lavoro, per sostenerlo e rinforzarlo. In questo caso c’è stata una grande riaffermazione. Ci sono stati  contributi positivi che mi hanno fatto vedere e correggere gli errori sul sito web del progetto, un fatto che dimostra il carattere aperto del mio lavoro e la mia capacità di connettermi e beneficiare della reazione del pubblico da diverse angolazioni. Peccato che alcuni professionisti qualificati non si sono ritrovati nell’idea di processo che mi accompagna da sempre. Questa naturalezza procedurale è ciò che spiega la necessità di avere una piattaforma web, in continua evoluzione, in cui si integrano tutti i tipi di correzioni e aggiunte. Considero un vero successo essere stato capace di destare l’interesse dell’artista Iginio De Luca, che ha prodotto un’opera in segno di disaccordo con la mia partecipazione a “Tú sí que vales”. In questo modo il dialogo cresce nell’ambito della creazione artistica altrui.
Nonostante questo, il concorso di bellezza nella Galleria Nazionale di Roma e la mia partecipazione alla televisione italiana sono stati celebrati con entusiasmo in altri ambiti degli stessi canali social. La partecipazione è stata anche messa in relazione con una vecchia intervista fatta con Raffaella Carrà, su TVE1, in occasione della presentazione del mio progetto “Rent-A-Body”. Ciò dimostra che il progetto gode di strumenti di comunicazione già rodati.
Tuttavia, mi chiedo dove alcune persone abbiano lasciato il senso dell’umorismo e l’ironia che molto spesso apprezzano. Come è possibile che ci siano persone colte, ancorate a modelli e idee inamovibili che gli impediscono di lasciare spazio ad altri comportamenti? La storia, inclusa quella dei musei, dimostra che i modelli socio-culturali si trasformano. Pertanto, un museo non sfugge a questa evoluzione e la maniera di percepirlo e presentarlo ha conosciuto importanti cambiamenti nel corso del tempo. D’altra parte, la funzione iniziale di molti dei ritratti-partecipanti al concorso di bellezza non aveva nulla a che fare con la loro presentazione o conservazione in un museo. Come annunciato nello script originale del concorso di bellezza nel talent “Tú si que vales”: “sono qui per presentare un’opera d’arte impura, superficiale, banale, ma non troppo…”

Pshyco-Linguistic-Retro-Futuristic Self-portrait, Photo by: Paco Cao, 2013-2014
01.2017

 

Le due mostre The Lasting. L’intervallo e la durata e Time is Out of Joint hanno inaugurato la stagione del 2016 alla Galleria Nazionale. Tra le opere della collezione permanente, le due esposizioni hanno accolto i lavori di artiste e artisti contemporanei che lavorano sul tempo, che dicono della simultaneità e della coesistenza di antichità e contemporaneità e che, a volte, rimandano a un immaginario teatrale e cinematografico.

La Galleria Nazionale ha intervistato alcuni di questi artisti per raccontare in quali modi, sempre diversi, la riflessione sul tempo attraversa il loro operare. Come si pongono gli autori contemporanei nei confronti del tempo suggerito dall’Atto I dell’Amleto di Shakespeare, un tempo definito fuori dai cardini?

Sono interviste veloci, nove domande sul tempo fuor di sesto che danno la parola agli artisti Marion Baruch [Timisoara (Romania), 1929], Emanuele Becheri [Prato, 1973], Giulia Cenci [Cortona, 1988], Daniela De Lorenzo [Firenze, 1959], Elizabeth McAlpine [Londra, 1973], Alessandro Piangiamore [Enna, 1976], Davide Rivalta, [Bologna, 1974].

Interviste di Fulvia Palacino

la parola agli artisti
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10.2016

Time is out of joint scardina anche le traduzioni e la loro eccellenza non può farci nulla, come dice Derrida che, come altri, a questo verso dell’Amleto di Shakespeare ha dedicato pagine fitte di dense riflessioni. Avremmo potuto elencare qui anche noi le molte versioni che restituiscono “Time” come tempo, mondo, natura, e “out of joint” come fuori di sesto, fuori dai cardini, fuori squadra, disarticolato, scardinato, sconnesso.

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Un tempo che va ricomposto, “messo al diritto”, un diritto che in questa mostra intreccia, in simultanea coesistenza, nuove inaspettate relazioni nello spazio simbolico del museo. Relazioni che non rispondono alle ortodosse e codificate leggi della cronologia e della storia (dell’arte), ma si muovono assolte e svincolate in una sorta di anarchia che, come vuole una certa tradizione femminile a cui mi sento di appartenere, non ha nulla a che vedere con il disordine, ma si appella a qualcosa d’altro che viene prima delle regole.

Time is Out of Joint mette in campo una eterodossia, una disobbedienza, una sovversione così naturale che si potrebbe definire con Jabes “uno dei momenti privilegiati in cui si ristabilisce il nostro equilibrio precario” e si configura un incipit. Un punto sorgente e una persistenza che mette fuori gioco qualsiasi certezza cronologica e mette in campo una temporalità plastica che si comporta come il bosone di Higgs, dipende dunque dal nostro sguardo. E con un vero e proprio montaggio, con la parzialità che ogni scelta e ogni selezione porta con sé, fa precipitare il tempo storico cronologico, anacronizza passato, presente e futuro, ricostruisce e fa decantare un altro tempo, mentre mette in evidenza intervalli e durate, riprese e contrattempi. Un tempo pieno di faglie, fratture, vuoti, scarti e scatti, che suggerisce molte combinazioni come quelle che Time, senza esitazioni, espone in piena luce.

Ci muoviamo nello spazio attraversando le sale e le opere, dove le immagini sono fisse, in relazione simultanea tra loro, come se fossero prequel e sequel insieme: un cinema al contrario, dove la “fotografia”, la visione ha un ruolo chiave nel cristallizzare e trattenere tensioni così fertili anche nella loro composta presenza. Time dispiega un tempo cinematografico, un racconto, un flusso di memoria, un’anticipazione di quello che verrà e prova ad assomigliarci più di quanto faccia un libro di storia dell’arte.

Cristiana Collu, Direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

07.2016

Uno dei più celebri pay-off nel mondo della comunicazione dell’ultimo decennio ha firmato il proprio memorabile successo con la forza della sua semplicità e la determinazione della sua dichiarazione. Cosa diceva di tanto originale? Nulla. In realtà nominava semplicemente l’oggetto al quale si riferiva: (altro…)

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