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News, 2017

07.2017

The two exhibitions The Lasting. L’intervallo e la durata and Time is Out of Joint have inaugurated the 2016 museum season at the Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Utilizing works from the museum’s permanent collection, the two exhibitions showcased the works of contemporary artists that play with the concept of time and simultaneously highlight the coexistence of old and new elements, which sometimes recall theatrical or cinematographic scenes.

The Galleria Nazionale has interviewed some of these artists in order to narrate the ever-changing ways in which time has influenced their artistic production. How do contemporary artists position themselves in relation to the idea of time observed in the First Act of Shakespeare’s Hamlet, when this force is deemed “out of joint”?

The interviews are short, composed of nine questions regarding the concept of time and its state of being out of joint. Marion Baruch (Timisoara, Romania, 1929), Emanuele Becheri (Prato, Italy, 1973), Giulia Cenci (Cortona, Italy, 1988), Daniela De Lorenzo (Florence, Italy, 1959), Elizabeth McAlpine (London, UK, 1973), Alessandro Piangiamore (Enna, Italy, 1976) and Davide Rivalta (Bologna, Italy, 1974) answer our curiosities on the matter.

Interviews by Fulvia Palacino

a word with the artists
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07.2017

Cristiana Collu sceglie la giovane artista nel progetto Level 0 di ArtVerona

È Silvia Giambrone la giovane artista selezionata da Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, nel progetto Level 0 di ArtVerona 2016, con il quale 14 direttori dei principali musei di arte contemporanea hanno scelto alcuni artisti in fiera per promuoverli nella propria programmazione.

Silvia Giambrone
Silvia Giambrone, Campo di Battaglia, 2017 Gohar Dashti, Today’s Life and War, 2008

Senza titolo con spine e Campo di Battaglia sono le due installazioni dell’artista agrigentina, classe 1981, che da oggi dialogano con le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Leoncillo, Alberto Burri, Emilio Vedova, Gohar Dashti, e alimentano la riflessione sul tema del conflitto e della violenza nel tempo “out of joint” della Galleria Nazionale. Gli aspetti più inquietanti del domestico, che a volte evocano un campo di battaglia, si inseriscono a pieno titolo nel dialogo sul conflitto nella sala che la Galleria Nazionale dedica al tema della guerra.

«La presenza di Silvia Giambrone in Time is Out of Joint ha origine da una contingenza che è in piena sintonia con l’idea di accadimento e di evento che l’indagine sul tempo della mostra mette in campo», dice Cristiana Collu. «Silvia si avvicina alla sua presenza in Galleria con un’idea e risolve la sua relazione con un’altra che risuona nella sala che ha scelto, e nella quale il suo lavoro si accende con una puntualità che sorprende senza punti di sutura».

Silvia Giambrone
Silvia Giambrone, Senza titolo con spine, 2017 Giuseppe Pellizza da Volpedo, Cartone per “Il Quarto Stato”, 1898–1899

Senza titolo con spine, composta da sedie in legno, rami di acacia spinosa, polivinilcloruro, bitume, vernice per vetro, combina materiali diversi in una architettura dinamica eppure stabile, evocando aspetti inquietanti della vita domestica. Attraverso un approccio poetico, rappresentato dall’intrusione di forze esterne nella relazione, l’opera mette insieme ambiente domestico – le due sedie in dialogo – e natura – i rami di acacia spinosa, detta anche ‘spina santa’ perché la stessa della corona di spine del Cristo – in un equilibrio che mostra la fragilità della vita. La casa diviene così proiezione sacra e profana della psiche.

In Campo di Battaglia, al centro di un tappeto persiano, una parte del tessuto viene divelta creando un vuoto esaltato da una composizione di fiori secchi interamente ricoperti da polvere da sparo. La decorazione floreale, mimetica rispetto a quella del tappeto, si fa tridimensionale e si arma di polvere di sparo, svelando per analogia come l’ambiente domestico sia un campo di battaglia.

«Il conflitto domestico non è meno grave della guerra», dice Silvia Giambrone. «per questo il tappeto di Campo di Battaglia dialoga con Today’s Life and War, la serie fotografica di Gohar Dashti, mentre Senza Titolo con spine è esposta vicino al San Sebastiano di Leoncillo per i suoi riferimenti spirituali. Mi interessa dare forma alle testimonianze latenti dell’ambiente domestico che di solito prendono voce con fatica».

 

Silvia Giambrone

Silvia Giambrone nasce ad Agrigento nel 1981, vive e lavora a Roma. Ha vinto diversi premi e partecipato a molte residenze. Alcune tra le sue mostre includono: Pandora’s box, CCCB, Madrid (2009), Eurasia, Mart, Rovereto (2009), Qui vive?, Moscow Biennale (2010), Flyers,  Oncena Biennal de la Havana (2012), Re- Generation, Macro, Roma (2012), Mediterranea 16 (2013), Unitext, Kaunas Bienale, Lituania (2013), Let it go, American Academy in Rome (2013), Critica in arte, MAR, Ravenna (2014), A terrible love of war, Kaunas Bienale, Lituania (2015); Every passion borders on the chaotic, Museo Villa Croce, Genova (2016); W Women in Italian Design, Triennale Design Museum, Milano (2016); Archeologia domestica Vol. I, Istituto italiano di cultura, Colonia (2016); Terra mediterranea: in action, NiMAC, Nicosia, Cipro (2017); Corpo a corpo, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma (2017).

06.2017

/Uncinematic è il primo solo-show di George Drivas e si muove all’interno della cornice di Time is Out of Joint. Tra le opere della collezione permanente l’artista greco ci restituisce, attraverso alcuni cortometraggi, la sua visione fatta di paesaggi distopici e tempi frammentati.

Domenica 18 giugno 2017, a tre giorni dall’inaugurazione della mostra, La Galleria Nazionale lo ha intervistato nel quartiere EUR, a Roma.

 

 

Il 2017 è un anno importante, soprattutto in Italia. La tua rappresentanza al Padiglione Grecia alla Biennale di Venezia con Laboratory of Dilemmas e il tuo primo solo-show a Roma, alla Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea.

Decisamente sì. Anche se partecipare alla Biennale ti consente da un lato di impegnare una grande somma di denaro in tuo lavoro, dall’altro non è però sempre gratificante. Non amo molto questo tipo di rassegne, che per certi aspetti sono come dei supermercati. Le persone hanno in media 2 giorni per visitare tutti i padiglioni, e ciò rende impossibile la contemplazione e l’interpretazione dei lavori dei singoli artisti. In questo senso la possibilità di una mostra alla Galleria Nazionale è per me di notevole rilevanza. Il Museo per me è uno spazio sacro, dove l’arte va contemplata.

 

     

 

Arte come ritualità, come nell’antica Grecia? Dove tutta la comunità assisteva agli spettacoli vivendo una catarsi collettiva nella comica o tragica messinscena del destino umano?

Esatto, è necessario riattivare una dimensione “rituale” partecipativa. Questo è il motivo per cui nella mia vita, e non solo nel mio percorso artistico, ho sempre amato molto le chiese e assistito a messe di differenti religioni. Non mi interessava l’aspetto spirituale ma quello simbolico. In tutte le società, dalle più arcaiche a quelle contemporanee, sono necessarie forme di rappresentazione della coesione interna tra gli individui, delle tensioni che le attraversano, delle paure e delle speranze. Ecco, per me l’arte deve sollecitare tutto questo e il Museo è il posto dove ciò può accadere.

 

    

 

I tuoi lavori sono tutti cortometraggi, ma parte della tua produzione è caratterizzata da una sequenza di fotogrammi che, al contrario del cinema, non generano movimento ma suggeriscono l’illusione del suo movimento.

Cinematografia e fotografia intrattengono da sempre un rapporto significativo. L’immagine fissa è la materia prima per la creazione dell’immagine in movimento, ed è precisamente così che la uso. Da un lato quindi il ritorno al fotogramma è un omaggio al cinema, riducendolo alla sua struttura originaria, dall’altro è il mio modo di rappresentare la realtà: che cos’è la realtà se non un insieme di momenti?

 

    

 

Nel 1992 Marc Augé coniò il termine non-luoghi per definire i nuovi luoghi tipici della modernità del mondo occidentale, o della surmodernità: luoghi non identitari, privi di relazione, di storicità. C’è chi ha paragonato le ambientazioni dei tuoi cortometraggi proprio ai posti cui allude l’antropologo francese. Esiste davvero un processo di spersonalizzazione? Tu come definiresti i tuoi luoghi?

Li definirei universali. Questo perché le situazioni che racconto sono estratti di realtà, che potrebbero accadere a Roma come ad Atene, a Londra, a Berlino. E questa è la ragione anche dell’uso del bianco e nero (o della desaturazione): rendere tali posti inaccessibili, non identificabili, nemmeno dal punto di vista spazio-temporale.

 

Intervista e foto di Alessia Tobia

 

 

06.2017

Leoni Davide Rivalta

 

Hic sunt leones: alla Galleria Nazionale
I leoni in effigie sul pronao, sono l’emblema della sua storia, ma anche simbolo e metafora dei territori inesplorati, delle terrae incognitae dell’arte, di tutto quello che c’è ancora da scoprire e di tutto quello che rimarrà segreto e custodito. Un luogo dove ospitare e abitare l’utopia, dove avere coraggio, energia, forza, sempre all’erta, vigili e pronti allo scatto al di là di ogni mansueta apparenza.

La presenza epifanica delle opere di Davide Rivalta e la loro apparizione spaesante nell’habitat urbano, si sottrae alla statuaria: nella visione ravvicinata, infatti, la figura, senza per questo dissolversi, cede il passo al gesto formante, all’evidenza enigmatica della somiglianza e si offre come magistrale risultato di un processo in atto. Rivalta ferma la vita senza toglierla, come mostrano anche i suoi disegni, riuscendo nella verosimiglianza naturalistica e nell’infinita sospensione di un istante “che mantiene una distanza proprio mentre l’oltrepassa”.

Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale
05.2017

L’ arte sacra è una componente imprescindibile dell’Islam: è una testimonianza dell’unità divina, uno strumento per accedere alla sua luce. Gli arabeschi, speculazione geometrica e rappresentazione materiale degli impalpabili ritmi della natura, costituiscono una delle arti tradizionali islamiche. Ancora più che ornamento sono fonte di spiritualità, il rinnovarsi della rivelazione attraverso e oltre l’esperienza sensibile. Il 9 e il 10 maggio si sono svolti alla Galleria Nazionale due workshop tenuti dalle artiste Shaheen Kasmani e Ayesha Gamiet, protagoniste del progetto Una Moschea per Roma?

 

Il laboratorio si è svolto come un corso pratico e teorico di arabeschi, dove i partecipanti sono stati introdotti al loro significato simbolico e cosmologico ‒ simmetria e armonia, ritmo e immaginazione.

        arabeschi              arabeschi

Artista e insegnante, Shaheen Kasmani ha studiato Arti Tradizionali Islamiche presso la Prince’s School of Traditional Arts, specializzandosi nelle tecniche di disegno tessile, dentro e oltre la tradizione. Ispirata dalla letteratura postcoloniale, la sua arte esplora le relazioni tra simmetrie, spiritualità e radici culturali.

Laureata in Studi Orientali alla University of London, specializzata in Arti Tradizionali presso la Prince’s School of Traditional Arts e insegnamento delle arti alla University of Cambridge, Ayesha Gamiet è una artista visiva ed educatrice. Studiosa di manoscritti miniati e motivi floreali, lavora tra il Regno Unito, Malesia e vari paesi arabi, con numerose esperienze di insegnamento alla Prince’s School of Traditional Arts, al Qatara Cultural Village, alla House of Traditional Arts di Jeddah e a Medina.

 

 

05.2017

È un’immagine surreale e di grande impatto la coppia dei leoni di bronzo di Davide Rivalta sulla scalinata della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Non sono più solamente i quattro leoni stilofori di Cesare Bazzani a vigilare sulla facciata dell’edificio neoclassico ma anche i felini di Davide Rivalta, allestiti con un’operazione spettacolare sotto gli occhi del pubblico, che ha assistito incuriosito.

 

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Per la movimentazione delle due grandi sculture l’ufficio mostre ha richiesto il supporto del dipartimento tecnico della Galleria Nazionale, che ha predisposto un adeguato rinforzo sotto la pavimentazione della scalinata dell’edificio, in modo che le sculture fossero posizionate in sicurezza.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

I leoni di bronzo di Davide Rivalta sono arrivati con un camion da Torino, accompagnati dall’artista e dal direttore della fonderia dove le opere hanno preso vita.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

Ad aspettare i leoni all’esterno della Galleria il grande braccio meccanico necessario per il posizionamento: le sculture pesano circa 400 chili l’una.

 

Leoni di bronzo di Davide Rivalta

 

I due leoni sottolineano il dialogo tra Villa Borghese e l’architettura del museo, trasformato in una vera e propria quinta teatrale. Le sculture di Rivalta danno una vivida impressione di realtà: sono riproduzioni dei leoni fotografati dall’artista al Centro di Tutela e Recupero della Fauna Selvatica del Monte Adone, in provincia di Bologna, sua città d’origine.

 

Ritratti in pose familiari sono distanti dall’immaginario archetipico del leone, visto come simbolo di forza: animali a grandezza naturale, apparentemente immobilizzati dalla pesantezza materica, come in ozio ma vigili.

 

Leoni di Davide Rivalta

 

Le sculture sono in relazione con i disegni dei leoni che l’artista ha realizzato sul corridoio che unisce l’ala nord-est con la nord-ovest per la mostra Time is Out of Joint. C’è una continuità concettuale e spaziale tra di loro: da memoria mitizzata, che si rintraccia nella pittura parietale, di chiara matrice rupestre, i leoni diventano presenza concreta.

 

ph: Erica Bellucci, Rome University of Fine Arts

03.2017

Miss e Mister Galleria Nazionale hanno ora un volto: i vincitori sono la protagonista di Sogni di Vittorio Corcos e il Nudo accademico di un ignoto pittore francese. Non sono mancati i colpi di scena durante il Gran Finale del Museum Beauty Contest.

Il racconto del Gran Finale del Museum Beauty Contest attraverso il live twitting e le parole dei protagonisti.

 


Lunedì 27 marzo nel Salone Centrale della Galleria Nazionale sono stati incoronati Mister e Miss Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea 2017. Il concorso del Museum Beauty Contest diretto dall’artista spagnolo Paco Cao si è concluso con una vera e propria rappresentazione teatrale che ha trasformato il Salone Centrale del museo in un palcoscenico.

ph by Paco Cao

Negli spazi della mostra dei 70 ritratti sono stati proclamati i due vincitori scelti dal pubblico dopo sei mesi di votazione. La serata è stata anche un omaggio a Luchino Visconti e al grande cinema italiano, ed è accompagnata dalle musiche di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner, i due compositori storicamente rivali.

A ottobre 2016 è stata presentata la fase iniziale del concorso – le primarie, che hanno registrato oltre 100.000 preferenze con il voto online – dopo un’accurata selezione delle candidate e dei candidati alla quale ha preso parte il team di lavoro del museo al completo. Da gennaio 2017 si sono svolte le finali per scegliere i vincitori, qui il pubblico oltre al voto online ha potuto esprimere le proprie preferenze nel salone Centrale della Galleria tramite schede da porre in due urne. I voti registrati al museo sono stati oltre 15.000.

Il contest cita un format classico, la mela d’oro alla più bella, il concorso di bellezza indetto da Zeus per scegliere tra Era, Atena e Afrodite. Un’iconografia condivisa da tutta la storia dell’arte che attraversa il tempo e tratta la bellezza come qualità e strumento di scambio. Una delle litiganti in quel concorso millenario, Atena/Minerva, fa parte dell’elenco dei partecipanti e delle opere esposte nel Salone Centrale.

La scaletta della serata ha seguito i ritmi di un vero e proprio concorso televisivo, alternando momenti di divertimento e ironia ad altri di suspance.

Durante la cerimonia non sono mancati i colpi di scena. Giuseppe Verdi, scelto all’unanimità dal pubblico, ha rifiutato il premio e ceduto la corona a Giuseppe Nudo. Queste le parole del maestro:

Tra le donne è stata Maria Sogni ad aggiudicarsi il titolo di Miss Galleria Nazionale.

I personaggi raffigurati nelle opere si sono animati come reali concorrenti attraverso l’interpretazione di due attori. Il pubblico che ha potuto assistere all’incoronazione delle opere vincitrici spostate per l’occasione su podi dorati al centro della sala.

Giuseppe Nudo e Maria Sogni – questi i nomi di fantasia che l’artista ha dato ai personaggi – saranno i testimonial della Galleria Nazionale per l’intero anno insieme ai vincitori delle menzioni d’onore. Il premio Mister Eleganza va al Principe Aleksandr Ivanovic Barjatinskij (Horace Vernet, Ritratto del Principe Barjatinskij, 1837). Mister Simpatia se lo aggiudica Giuseppe Uomo (Albert Friscia, Ritratto d’uomo, 1936). Miss Eleganza va a Maria Polymnia (John Lavery, Polymnia , 1909). Miss Simpatia lo vince Luce Balla (Giacomo Balla, Veli rosa. Ritratto di luce, 1921).

La cerimonia, accompagnata da musica classica e lancio di coriandoli d’oro, è stata documentata da Paco Cao come tutte le altre fasi del progetto. Verrà realizzato un documentario che racconterà il Gran Finale del Museum Beauty Contest e la residenza dell’artista alla Galleria Nazionale.

La mostra con i 70 ritratti – in gara dal 10 ottobre 2016 – resterà aperta al pubblico fino al 1 maggio 2017.

01.2017

 

Aleksandr Deineka, Corsa campestre femminile, 1931, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Russia: Lawmakers must halt alarming plans to decriminalize domestic violence (Amnesty International)
Russia, picchiare la moglie non è reato. Depenalizzata la violenza in famiglia (Corriere della Sera)
Russia, la Duma approva depenalizzazione delle violenze domestiche (Huff Post)
La Russia verso la depenalizzazione delle violenze domestiche (La Stampa)
Mosca, picchiare moglie e figli non sarà più reato (Repubblica)
Duma russa: ok alla depenalizzazione delle violenze domestiche (Sole 24 Ore)

Il tempo è davvero out of joint, e quello delle donne viene di nuovo scandito da rintocchi d’avvertimento a cui noi per prime rischiamo di fare poco caso. La notizia che viene dalla Russia porta altrove e quello che sgomenta è il profilarsi della normalizzazione, ma non è necessario andare all’estero per sentire sinistri rintocchi, se sei una donna.

Action speaks louder

Sto per gettare un sasso nello stagno. Sappiamo tutti cosa accade. Sappiamo tutte cosa accade quando le onde smettono di riverberare nell’acqua e si infrangono sulla sponda dello stagno. Perché la tentazione dello stagno esiste. Esiste fuori da ogni ragionevole dubbio. Ma un dubbio rimane. Il mio dubbio è se sia poi così difficile esondare, superare le sponde e “far correre” un inesorabile cambiamento. Nessuno farà niente per noi se non saremo noi a farlo.
Ognuna di noi può fare qualcosa, molte di noi possono fare di più, anche io dunque. Voglio farlo oggi, adesso e così, con uno slancio sorgivo e arcaico, e vi chiamo a raccolta: sentiamoci, vediamoci presto. Presto perché tutto è fin troppo urgente e nessuna di noi deve assistere inerme. Poche chiacchiere ma parole autentiche che fanno la differenza e tutta l’arte che possiamo mettere in campo. Si tratta di comprendere ciò che sappiamo e trarne le conseguenze: saranno quelle a farci muovere, a segnare il passo. Carol Gilligan chiude il suo libro La virtù della resistenza con questa frase: “In natura, la primavera – la stagione della maturità al termine del letargo – arriva una volta all’anno. Nell’anima la potenzialità è sempre presente. Ora è il momento di agire”.
Ora è il momento di agire mie care artiste e ragazze di tutte le età. Incontriamoci e decidiamo insieme le conseguenze del nostro muoverci. Ho gettato il mio sasso nello stagno.

Cristiana Collu
Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

 

 

Scrivetemi qui e vediamoci lunedì 13 febbraio

01.2017

 

Il 20 febbraio 2017 inizia la seconda fase del Museum Beauty Contest con la mostra dei ritratti finalisti nel Salone Centrale della Galleria Nazionale. L’artista Paco Cao, direttore del progetto, in questa occasione ci racconta il dietro le quinte del concorso per le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Come nasce il Museum Beauty Contest?

Nel 2000, durante una visita al MET di New York – ricordo che era una rigida mattina d’inverno – come sono solito fare quando visito il museo, notai il giovane ragazzo ritratto nel 1530 da Bronzino con la raffinata ricercatezza dell’alta società fiorentina del XVI secolo. Però, in quella particolare occasione, mi sono immaginato il ragazzo ritratto come se vivesse nel presente. Questa idea era stata sollecitata dalla strana sensazione di contemporaneità della proposta visiva del Bronzino. Quella “maniera” pittorica mi ricordava una parte dell’apparato formale dell’industria della moda di lusso contemporanea. Il mio interesse mi spinse a ricercare forme per far rivivere il personaggio del quadro, per collocarlo in un contesto attuale: lo immaginai che sfilava in una passerella, come un modello o un candidato di un concorso di bellezza, mentre percorreva la sala del museo, letteralmente fluttuando sopra il pavimento. Questa fantasia mi portò a formulare due progetti che emersero insieme e che ho perfezionato nel corso degli anni. Ho concepito un concorso di sosia per il bisogno di far rivivere in carne e ossa un personaggio del passato come il giovane fiorentino, e un concorso di bellezza per vedere il museo trasformato in un set al servizio di uno spettacolo pop, rivolto  ai mezzi di comunicazione. Dal 2001 al 2004 ho realizzato una serie di concorsi di sosia ispirati a tre ritratti del XVII secolo: uno, di autore ignoto di scuola romana, esposto in un monastero sardo; un altro, il Juan de Pareja ritratto da Velázquez e, infine, un ritratto di donna realizzato da Cornelis de Vos. Con il progetto “Eternal Rest” (2012) ho chiuso la partita con il giovane di Bronzino, ma non come avrei voluto. Nel 2014 ho avuto l’occasione di lanciare la serie dei concorsi di bellezza nel Museo delle Belle Arti Oviedo (Asturie), che attualmente continua alla Galleria Nazionale di Roma.


Come strutturi il processo creativo?

Da un lato, attraverso un processo di ricerca, si costruisce il racconto del progetto, si stabiliscono le condizioni di produzione e si sviluppano i diversi dispositivi che visualizzano i processi ed entrano in contatto con la sfera pubblica. Dall’altro lato, si organizza un palinsesto narrativo parallelo al progetto. Nel caso del concorso di bellezza: un film e un libro. Tuttavia, questa struttura così rigida non viene contemplata in altri progetti, dove si mette in pratica un modello più destrutturato, senza una linea narrativa così stretta.


Il progetto è legato all’utilizzo di strategie pubblicitarie e di comunicazione di massa. Ci racconti questo aspetto?

Ho intenzione di aprire la partecipazione a un pubblico il più ampio possibile. Per questa ragione, la presenza mediatica e tutti i processi di intensa mediazione pubblica sono necessari, essendo i principali canali di comunicazione del processo. Stiamo parlando di un concorso di bellezza: ogni concorso, come accade per le elezioni politiche, implica una campagna pubblicitaria. Tutto ciò, se incontra l’interesse dei mezzi di comunicazione di massa, senza dubbio può avere una grande risonanza. Il Museum Beauty Contest propone piattaforme di mediazione intrecciate: la sala di promozione e la votazione al museo, internet nel suo complesso, e mass media, stampa, radio, televisione e canali social. Questo processo comunicativo mi permette anche di mettere in discussione il dogma democratico. Pop politico?


Come si combinano nella tua pratica artistica gli aspetti di arte “alta” e quelli della cultura popolare?

Non capisco la ragione di questo confine. In effetti uno dei miei obiettivi è quello di polverizzarla. Però data la sua forza, se sono fortunato, forse, riuscirò soltanto ad eroderla.
La mia vita è stata caratterizzata da tutti i tipi di esperienze. Il mio Io antropologico mi richiede di esplorare le relazioni dei miei simili in molteplici direzioni. Limitare il rapporto con il pubblico per una questione di deficit informativo dell’interlocutore – che qualcuno potrebbe chiamare lacuna culturale – secondo me è quantomeno inappropriato. Allo stesso modo mi sembra paternalistico portare avanti un dialogo pubblico in cui si cerca di istruire o imporre un dogma. Viviamo circondati dal mondo dello spettacolo. Tuttavia, questo è rigidamente separato dal mondo del museo, che, paradossalmente e a modo suo, ha stabilito il proprio spettacolo e il proprio protocollo spettacolare.
La convenzione che stabilisce i concetti di cultura alta e bassa non può essere vista come una sorta di approssimazione classista alla questione. Il concorso di bellezza nel museo offre strumenti per sciogliere questa dualità. Mi interessa la produzione culturale nel suo insieme, dalla latta che fa l’operaio in una fabbrica specializzata nella produzione di contenitori per conserve di pesce, agli studi ottici, ai saggi storici, alle neuroscienze, ai programmi televisivi per un pubblico di massa o alle “storie” filosofiche nei social network. E, ovviamente, l’abbigliamento. Conservo una piccola collezione di capi datati tra il 1890 e il 1940.
Trovo comodo “navigare” nel campo della ricerca storica. Dopo tutto, ho ricevuto una formazione accademica. Avendo studiato storia dell’arte, entrando in un museo  ho già un’idea precisa del contesto storico e del periodo al quale appartengono la collezione e una parte dei suoi autori. Seguendo parametri più formali, risulta più facile individuare le opere in funzione del periodo e degli stili artistici; la conoscenza iconografica ci dà un valore aggiunto nella esplorazione iniziale. In ogni caso, si apre un processo di conoscenza molto stimolante, sia della collezione che del museo, dal dipartimento di conservazione al personale di sala. È iniziata una nuova ricerca e si dipana su più livelli. Al margine degli aspetti accademici e tecnici, tendo sempre a ristabilire un contesto comunicativo che permette un approccio alle opere della collezione senza la necessità di conoscerne il contesto di produzione. Così, uno sguardo senza pregiudizi, un cambio di obiettivo, o una virgola fuori posto in una frase, possono produrre risultati inattesi, e senza dubbio coinvolgere un gruppo di persone che altrimenti rimarrebbero escluse.
Come non utilizzare il concorso come referenza narrativa, quando si tratta delle strutture di maggiore impatto del nostro tempo? Consumiamo, competiamo, scegliamo, votiamo.


Come vengono coinvolti i media nei tuoi progetti e perché sono importanti?

Trattandosi di un progetto “spettacolare”, si pone con un elemento di potenziale interesse mediatico. Ad esempio, che questo interesse abbia portato alla partecipazione al programma con il più vasto pubblico della televisione italiana, “Tú si que vales”, è una conseguenza naturale. Essere riusciti a rompere la quarta parete del museo e della televisione, al netto della pubblicità, è un risultato estetico di cui sono particolarmente soddisfatto. Ma, tutto quello che è stato detto durante la trasmissione televisiva deve essere interpretato alla lettera? Non voglio legittimare nulla, mi limito solamente a mettere una lente sopra lo stato della questione.
I mass media, per loro stessa natura, hanno la capacità di imporre la propria voce e oscurare la condizione di un’opera d’arte. Tuttavia, l’opera d’arte può anche trovare un posto – seppur raramente – in un contesto televisivo e portarlo sul proprio terreno per reinterpretarlo e caricarlo di un altro significato. Il lavoro con i mass media suppone uno sguardo spietato allo specchio.
Senza votanti non c’è concorso, pertanto, sedurli perché esprimano le proprie preferenze è un obiettivo prioritario. L’impatto sarà maggiore se il concorso riesce a raggiungere un numero maggiore di persone. L’esposizione mediatica facilita il voto, come avviene nelle elezioni politiche.


L’interazione è parte fondante del tuo lavoro. Cosa chiedi e cosa ti aspetti dal pubblico? Quali sono state le reazioni finora?

Nel caso concreto del Museum Beauty Contest, ciò che si chiede e ci si aspetta da parte del pubblico è il voto e ciò che questo implica. Una volta che il concorso sarà concluso e disporremo dei risultati finali, come peccatore confesso che aspiro ad abbozzare un sorriso da serpente velenoso.
L’interazione con il pubblico è qualcosa che io uso spesso; nel caso del concorso, tra le altre cose, faccio uso del processo di votazione. Tale interazione si manifesta di solito su due fronti: contatto con i votanti e rapporto con i media e i social network. Il lavoro con il team del museo, che è considerato nel suo insieme, è un elemento essenziale in questo processo interattivo. Insieme al voto in sé, si raccolgono altri tipi di risposte, alcune entusiastiche e altre critiche.
Mi interessano molto le reazioni negative provenienti dai social network. Sono molto grato per alcuni contributi. I punti di disaccordo possono aiutare la crescita di qualsiasi lavoro, per sostenerlo e rinforzarlo. In questo caso c’è stata una grande riaffermazione. Ci sono stati  contributi positivi che mi hanno fatto vedere e correggere gli errori sul sito web del progetto, un fatto che dimostra il carattere aperto del mio lavoro e la mia capacità di connettermi e beneficiare della reazione del pubblico da diverse angolazioni. Peccato che alcuni professionisti qualificati non si sono ritrovati nell’idea di processo che mi accompagna da sempre. Questa naturalezza procedurale è ciò che spiega la necessità di avere una piattaforma web, in continua evoluzione, in cui si integrano tutti i tipi di correzioni e aggiunte. Considero un vero successo essere stato capace di destare l’interesse dell’artista Iginio De Luca, che ha prodotto un’opera in segno di disaccordo con la mia partecipazione a “Tú sí que vales”. In questo modo il dialogo cresce nell’ambito della creazione artistica altrui.
Nonostante questo, il concorso di bellezza nella Galleria Nazionale di Roma e la mia partecipazione alla televisione italiana sono stati celebrati con entusiasmo in altri ambiti degli stessi canali social. La partecipazione è stata anche messa in relazione con una vecchia intervista fatta con Raffaella Carrà, su TVE1, in occasione della presentazione del mio progetto “Rent-A-Body”. Ciò dimostra che il progetto gode di strumenti di comunicazione già rodati.
Tuttavia, mi chiedo dove alcune persone abbiano lasciato il senso dell’umorismo e l’ironia che molto spesso apprezzano. Come è possibile che ci siano persone colte, ancorate a modelli e idee inamovibili che gli impediscono di lasciare spazio ad altri comportamenti? La storia, inclusa quella dei musei, dimostra che i modelli socio-culturali si trasformano. Pertanto, un museo non sfugge a questa evoluzione e la maniera di percepirlo e presentarlo ha conosciuto importanti cambiamenti nel corso del tempo. D’altra parte, la funzione iniziale di molti dei ritratti-partecipanti al concorso di bellezza non aveva nulla a che fare con la loro presentazione o conservazione in un museo. Come annunciato nello script originale del concorso di bellezza nel talent “Tú si que vales”: “sono qui per presentare un’opera d’arte impura, superficiale, banale, ma non troppo…”

Pshyco-Linguistic-Retro-Futuristic Self-portrait, Photo by: Paco Cao, 2013-2014
01.2017

 

Le due mostre The Lasting. L’intervallo e la durata e Time is Out of Joint hanno inaugurato la stagione del 2016 alla Galleria Nazionale. Tra le opere della collezione permanente, le due esposizioni hanno accolto i lavori di artiste e artisti contemporanei che lavorano sul tempo, che dicono della simultaneità e della coesistenza di antichità e contemporaneità e che, a volte, rimandano a un immaginario teatrale e cinematografico.

La Galleria Nazionale ha intervistato alcuni di questi artisti per raccontare in quali modi, sempre diversi, la riflessione sul tempo attraversa il loro operare. Come si pongono gli autori contemporanei nei confronti del tempo suggerito dall’Atto I dell’Amleto di Shakespeare, un tempo definito fuori dai cardini?

Sono interviste veloci, nove domande sul tempo fuor di sesto che danno la parola agli artisti Marion Baruch [Timisoara (Romania), 1929], Emanuele Becheri [Prato, 1973], Giulia Cenci [Cortona, 1988], Daniela De Lorenzo [Firenze, 1959], Elizabeth McAlpine [Londra, 1973], Alessandro Piangiamore [Enna, 1976], Davide Rivalta, [Bologna, 1974].

Interviste di Fulvia Palacino

la parola agli artisti
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10.2016

Time is out of joint scardina anche le traduzioni e la loro eccellenza non può farci nulla, come dice Derrida che, come altri, a questo verso dell’Amleto di Shakespeare ha dedicato pagine fitte di dense riflessioni. Avremmo potuto elencare qui anche noi le molte versioni che restituiscono “Time” come tempo, mondo, natura, e “out of joint” come fuori di sesto, fuori dai cardini, fuori squadra, disarticolato, scardinato, sconnesso.

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Un tempo che va ricomposto, “messo al diritto”, un diritto che in questa mostra intreccia, in simultanea coesistenza, nuove inaspettate relazioni nello spazio simbolico del museo. Relazioni che non rispondono alle ortodosse e codificate leggi della cronologia e della storia (dell’arte), ma si muovono assolte e svincolate in una sorta di anarchia che, come vuole una certa tradizione femminile a cui mi sento di appartenere, non ha nulla a che vedere con il disordine, ma si appella a qualcosa d’altro che viene prima delle regole.

Time is Out of Joint mette in campo una eterodossia, una disobbedienza, una sovversione così naturale che si potrebbe definire con Jabes “uno dei momenti privilegiati in cui si ristabilisce il nostro equilibrio precario” e si configura un incipit. Un punto sorgente e una persistenza che mette fuori gioco qualsiasi certezza cronologica e mette in campo una temporalità plastica che si comporta come il bosone di Higgs, dipende dunque dal nostro sguardo. E con un vero e proprio montaggio, con la parzialità che ogni scelta e ogni selezione porta con sé, fa precipitare il tempo storico cronologico, anacronizza passato, presente e futuro, ricostruisce e fa decantare un altro tempo, mentre mette in evidenza intervalli e durate, riprese e contrattempi. Un tempo pieno di faglie, fratture, vuoti, scarti e scatti, che suggerisce molte combinazioni come quelle che Time, senza esitazioni, espone in piena luce.

Ci muoviamo nello spazio attraversando le sale e le opere, dove le immagini sono fisse, in relazione simultanea tra loro, come se fossero prequel e sequel insieme: un cinema al contrario, dove la “fotografia”, la visione ha un ruolo chiave nel cristallizzare e trattenere tensioni così fertili anche nella loro composta presenza. Time dispiega un tempo cinematografico, un racconto, un flusso di memoria, un’anticipazione di quello che verrà e prova ad assomigliarci più di quanto faccia un libro di storia dell’arte.

Cristiana Collu, Direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

07.2016

Uno dei più celebri pay-off nel mondo della comunicazione dell’ultimo decennio ha firmato il proprio memorabile successo con la forza della sua semplicità e la determinazione della sua dichiarazione. Cosa diceva di tanto originale? Nulla. In realtà nominava semplicemente l’oggetto al quale si riferiva: (altro…)

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