Odi et amo: Guerra e Pace da Giovanni Fattori a Paolo Canevari

Piovra Come la piovra che Paolo Canevari (Roma 1963) ha disegnato su una parete della Gnam, il suo intervento si insinua nella Galleria, dialogando con il settore del secondo Ottocento dove è collocato: mentre le opere dell'artista contemporaneo offrono tentacolari percorsi di reinterpretazione delle collezioni del museo, nei molteplici rapporti che si instaurano fra passato e presente, esse pure sembrano caricarsi di nuovi significati.

 

Artista della contraddizione, moderno ma memore della storia, sulla quale ragiona per andare oltre in alcuni casi, altrove "prelevatore" pop, Canevari parla di visibile e invisibile, della relazione fra aspetto sensibile dell'arte e carica immateriale, corpo e spirito, di cui sono metafora rispettivamente i copertoni e le camere d'aria di cui fa ampio uso, non rinunciando però all'aspetto più materico. Lo stesso polipo già citato, che introduce l'esposizione, realizzato con segni circolari prodotti attraverso gesti rotatori, coniuga la componente intellettuale di cui tradizionalmente si carica il disegno con la fatica fisica della creazione. Odi et amo, il titolo dell'opera di Canevari alla Gnam, offre una chiave di lettura dell'intervento nel suo insieme, che poi il visitatore è chiamato a leggere nelle singole realizzazioni.

 

L'aspetto bellicoso dell'opera dello scultore (così ama definirsi Canevari, proveniente da una famiglia di artisti, mentre oltrepassa i canoni della scultura tradizionale) nel salone principale, i carri armati di ThANKS (2009) Thankse la bomba Little Boy G. Bruno e Little Boydello stesso anno, solo apparentemente si impongono rispetto alla sala, mentre dialogano, a un primo livello di analisi, con la tematica delle battaglie di Giovanni Fattori e Michele Cammarano.

 

A una lettura più approfondita però il rapporto con tali opere va oltre l'aspetto contenutistico: è la guerra interna al fatto artistico che combatteva Fattori, la realtà contro la celebrazione, che prosegue  con Canevari. Egli stesso non manca di esplicitare questo scopo quando parla della sua volontà di antiretorica.

 

Il confronto con il Cammarano della Battaglia di Dogali (1896) La battaglia di Dogali, specificamente realizzata per la Galleria nazionale d'arte moderna, su commissione dell'allora ministro della Pubblica Istruzione Paolo Boselli, non può non far ragionare sul rapporto dell'artista con il museo, partendo dal presupposto di baudelairiana memoria che ogni artista, a suo tempo, è stato contemporaneo. Paolo Canevari lavora spesso su opere site-specific e in questo caso il luogo specifico è proprio la Galleria, come era stato più di un secolo prima per l'artista napoletano. Nel suo intervento Canevari si rapporta al museo in maniera dinamica, considerandolo non come contenitore, ma come luogo carico di significati ai quali si relaziona. Inoltre, contemporaneamente, con le luci rotanti di Little Boy, scultura in movimento, lo spazio stesso del salone risulta trasfigurato.

 

La tematica della battaglia prosegue poi nel confronto fra la Madre di Cecioni (1884-1886) e la Mamma di Canevari (2000) Mamma. La prima reinterpreta l'iconografia tradizionale della Vergine con Bambino in una vera madre del popolo, forte e orgogliosa del proprio figlio, che, apprezzata da Carducci, tuttavia non mancò di suscitare critiche, proprio in virtù della sua carica realistica. Nella Mamma di Canevari, già collocata attraverso la porta di un ascensore (dove l'artista stesso nacque), si intrecciano diversi spunti ricorrenti nella sua produzione, dall'uso della camera d'aria, al riferimento sessuale, al motivo del cerchio.

 

Se con il video US (in italiano "noi") del 2009 l'acqua che si tinge di sangue, metafora che facilmente trapassa nell'espressione, Canevari parla della fine del suo rapporto con Marina Abramović, meno cruda ma altrettanto drammatica è la carica emotiva delle camere d'aria, nero Mantello (1991) sulle spalle del Caino di Domenico Trentacoste (1902), che oggettivizzano il senso di colpa visualizzandolo. Con estrema facilità, d'altronde, l'artista sa anche muovere sentimenti opposti Caino/Mantello. Nella sala della Stanga, che prende il nome da un'opera di Giovanni Segantini del 1886, dove trionfano riposanti scene agresti, la quiete dopo la tempesta si potrebbe dire, sia in riferimento alle collezioni permanenti del settore che all'intervento contemporaneo, Canevari colloca Achille Achille. Achille è un calzino del 1993 bucato, ovviamente ma non per questo meno sagacemente, su un tallone. Non si può non vedere in un'opera come questa il gusto per il gioco di parole della Fresh Widow (1920-1964) e la carica ironica del Trébuchet di Duchamp (1917-1964), sempre fra le collezioni permanenti della Galleria, una facezia che lo spettatore godrà pienamente nel momento in cui si sentirà invitato a ridere insieme all'artista, nella consapevolezza della carica eversiva che la risata può avere.