Arte italiana 1950 -2000. Un percorso nelle collezioni



L’arte contemporanea è la forma espressiva storicamente più vicina a noi ma, paradossalmente, è anche la più difficoltosa da decifrare. Dal Rinascimento fino al XIX secolo, fare arte significava trasmettere un messaggio attraverso un canale, sia che si trattasse di pittura, scultura o architettura. Gli artisti del Novecento si trovarono ad ereditare più di quattro secoli di storia dell’arte in cui tutto ciò che c’era da dire era stato in qualche modo detto. La domanda che a quel punto si poneva era: siamo davanti ad un vicolo cieco? Dobbiamo smettere di fare arte? La risposta che danno gli artisti è ovviamente “no”.

Infatti se da un lato l’arte figurativa sembrava aver esaurito tutte le sue possibilità espressive, dall’altro si poneva il grande orizzonte dell’indagine sulla materia; nasceva così negli anni ’50 l’informale, tendenza artistica declinata in tre forme: informale materico (Burri, Colla, Fontana), segnico (Forma1: Perilli, Dorazio, Accardi, Attardi, Capogrossi, Consagra) e gestuale (Pomodoro, Vedova). Negare la forma e spostare l’intera attenzione sul processo creativo dell’artista è il modo che l’arte aveva per uscire dal periodo oscuro e critico del secondo dopoguerra.

Alla metà degli anni ’60 si impone poi nel panorama dell’arte una nuova corrente, definita semplicemente dal critico Germano Celant “arte povera”. Maestri del calibro di Penone, Pascali, Kounellis, Fabro e Ceroli iniziarono ad utilizzare materiali non artistici; scarti della vita quotidiana o frammenti estrapolati dal mondo naturale sono i nuovi colori delle variegate tavolozze degli artisti.

Nello stesso periodo lo statunitense Joseph Kosuth coniava la definizione: “arte concettuale”; tutta l’attenzione delle opere si sposta dal piacere estetico al contenuto, dalla piacevolezza dell’immagine alla comunicazione vera e al pensiero profondo.

Gli anni ’70 sono teatro delle contaminazioni tra ricerche nostrane e lo stile Pop: pensiamo ai manifesti pubblicitari lacerati e strappati dalle sapienti mani di Mimmo Rotella, decollage utilizzati per demitizzare la martellante iconografia dei divi holliwoodiani.

Nei primissimi anni ’80, infine, si impone l’ultimo grande movimento completamente italiano; il lavoro di cinque giovani artisti (Cucchi, Clemente, Chia, De Maria e Paladino) ispirò il critico Achille Bonito Oliva a coniare il termine Transavanguardia: recupero di tecniche e tematiche tradizionali, miscelato a un citazionismo delle grandi avanguardie storiche di inizio Novecento, è la chiave di volta per comprendere questa novità nell’universo artistico contemporaneo. Il criptico misticismo di Francesco Clemente e la poetica primitivista di Mimmo Paladino riportano nel solco dell’arte figurativa; unico esponente astratto del gruppo è Nicola De Maria: le sue opere, variopinte sequenze di colori, riportano alla memoria la poeticità equilibrata degli spartiti musicali.