gli artisti e le opere

Diana di Efeso e gli schiavi

Sartorio, Giulio Aristide, Diana di Efeso e gli schiavi, 1890 - 1899, inv. 1242
  • Categoria - Dipinto
  • Inventario - 1242
  • Materia e tecnica - dittico, olio su tela
  • Autore - Sartorio, Giulio Aristide
  • Dimensioni - cm 305 x 420 ciascun pannello
  • Datazione - 1890-1899
  • Provenienza - 1899, acquisto alla III Biennale di Venezia

Descrizione breve

Prima acquisizione di grande rilievo per le collezioni della Galleria alla Biennale veneziana del 1899, La Gorgone e gli eroi e Diana di Efeso e gli schiavi, il dittico costituisce una sorta di manifesto programmatico delle tendenze idealistiche ed estetizzanti di fine secolo intorno a D'Annunzio e alle riviste "Cronaca Bizantina" e "Convito"di Adolfo de Bosis. L'opera compendia in sé l'affermazione del culto della Bellezza, il ritorno al mito come rifugio della realtà deludente, la condizione dell'eroe vinto e frustrato dai proprie ideali, il ruolo dell'artista in opposizione al processo di decadenza etica ed estetica contemporanea. Sartorio , cui la III Biennale aveva dedicato una mostra di circa cinquanta opere, con La Gorgone e gli eroi e Diana di Efeso e gli schiavi intendeva rinnovare il linguaggio figurativo ricollegandosi alla tradizione classico-rinascimentale italiana e, al tempo stesso, alle contemporanee correnti simboliste dell'arte europea. L'artista aveva inteso "esprimere miticamente due aspetti della profonda vanità dell'esistenza umana. Da una parte la Gorgone, che ha la forma ammaliante della Bellezza ed è vita e Morte al tempo stesso, perché suscita ed abbatte gli eroi. Dall'altra è la Diana di Efeso, dalle cento mammelle, quale nutrice degli uomini e delle loro chimere. Gli uomini, dice il poeta, sono fatti della sostanza medesima dei loro sogni ed essi vengono qui rappresentati come dormienti, che stringono nelle mani i simboli delle proprie ambizioni"  (Venezia, 1899). Il soggetto era stato suggerito a Sartorio dal noto brano della Tempesta di Shakespeare, citato da D'Annunzio già nella prima edizione del Trionfo della morte (1889) come descrizione dello stato d'animo del protagonista fra forza e debolezza, sogno e realtà.

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