Condizione femminile

La "questione femminile" emerge con la fine del XVIII secolo, anche se i suoi effetti diverranno evidenti dagli inizi del XX. Il lungo processo verso l'emancipazione riassume i passi più significativi della storia contemporanea poiché riguarda cambiamenti avvenuti nel lavoro, nella sfera pubblica, nella famiglia, nel matrimonio, nella maternità e nella scuola. Le principali tappe di questo percorso possono essere suddivise in due momenti essenziali: il primo, tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XX (1790 - 1920 circa), caratterizzato dalle prime importanti conquiste, come l'accesso ai diversi livelli di istruzione e alle professioni maschili, la maggiore libertà nei costumi, nell'abbigliamento, nel tempo libero; il secondo, dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta, contrassegnato dal riconoscimento del suffragio universale (1946) e dall'esperienza dei movimenti femministi.

In Italia il movimento di emancipazione ha risentito del ritardo del Paese nei confronti degli altri stati industrializzati. Secondo il Codice di Famiglia del 1865, le donne non potevano esercitare la tutela sui figli legittimi, né essere ammesse ai pubblici uffici, e se sposate, la gestione dei loro guadagni spettava al coniuge.

Alla fine della prima guerra mondiale le donne ottengono il riconoscimento dei "diritti civili", anche se non "politici" e la possibilità di ereditare le attività tipicamente maschili precedentemente svolte dai mariti o dai padri morti in guerra.

Tuttavia la condizione socio-economica delle donne tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo era caratterizzata da un'evidente disparità: le donne lavoratrici ricevevano una remunerazione appena superiore alla metà di quella  maschile.

Il primo provvedimento normativo che tutelò sia pure limitatamente il lavoro della donna fu la Legge Carcano del 1902 fino ad arrivare al nuovo Diritto di famiglia del 1975 e alla legge "Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro" del 1977.