Società contadina

Fin dall'epoca romana il termine societas è stato usato per indicare un gruppo costituito per decisione volontaria e parità giuridica, da parte di un numero di individui che desiderano realizzare finalità irrealizzabili individualmente. Nel Contratto Sociale J.J.

Rousseau afferma che la più antica di tutte le società, e la sola naturale, è la famiglia. Ed è sul lavoro della terra a conduzione famigliare, che si sviluppa la società contadina. I valori e le modalità di convivenza della civiltà contadina furono ben descritti da Ferdinand Tonnies associandoli all'idea di comunità in qualità di organismo naturale in cui gli interessi collettivi famigliari predominano, i membri sono scarsamente individualizzati, l'orientamento morale e intellettuale è dato da credenze religiose, la condotta quotidiana è regolata da riti e costumi.

In Italia la società contadina era storicamente suddivisa tra piccola proprietà a Nord, mezzadria al Centro e latifondo a Sud. Ma in tutti e tre i casi, e al di là delle condizioni materiali, a volte di disperata miseria, la nota costante era il comunitarismo: la cascina, il podere e la masseria come luoghi di vita e di rapporti sociali. Con, al centro, la signoria indiscussa del gruppo famigliare. 

La storia della civiltà contadina in Italia sembra orientarsi verso una costante comune: il desiderio di possedere un  appezzamento di terra. Il fascismo fece della civiltà contadina l'asse della propria concezione sociale che percepiva  come essenziale la protezione di quel vitale comparto sociale e di quei valori di solidarietà comunitaria. Mentre i socialisti lottavano contro lo sfruttamento del bracciante salariato, per ottenere reddito monetario, il Fascismo  iconobbe l'antica aspirazione contadina cercando di soddisfare l'esigenza della proprietà terriera.  

Così come anche le riforme agrarie (a partire dalla legge del 1950 n. 841) che si sono succedute hanno contribuito in modi diversi all'attribuzione delle terre.