Il gioco interrotto

Adriano Cecioni, Il gioco interrotto, 1867-1868L'esperienza del gioco è antica e connaturata all'uomo. I giochi possono essere considerati universalmente indispensabili e onnipresenti in tutte le culture (palla, bambola), oppure come elementi propri di una determinata civiltà e di un'epoca. In effetti i giochi possono essere la rappresentazione simbolica, sociale, culturale della società e mutano con essa.

I giocattoli coadiuvati dalla produzione di massa della società contemporanea hanno conservato la loro funzione di formazione nel processo di socializzazione del bambino. Ormai in sinergia con il mondo dei mass media e la produzione industriale, il giocattolo è divenuto una proiezione del mondo mediatico, dove il confine tra realtà e finzione è sempre più labile.

Nel quadro il bambino in primo piano ci appare ritratto in una posizione di semi-isolamento, poggiato allo stipite della porta che si apre di fronte a lui. Ha un'aria assorta, forse in pena per essere stato costretto ad abbandonare il momento del gioco, probabilmente in previsione dei doveri che lo attendono, a cui gli altri personaggi sono già intenti. Il dipinto è costruito come una finestra che si affaccia su uno scorcio di vita quotidiana, sottolineato dai rapporti prospettici e proporzionali che caratterizzano l'impianto della composizione. Le porte e le finestre, che si aprono come sipari sugli ambienti, fanno entrare lo spettatore al loro interno, conferendo alla rappresentazione un'atmosfera familiare.

Seguendo la sua teoria "dell'arte per l'arte", quella del "vero diretto" e della "sorpresa alla natura", Cecioni tende a limitare il vero e la natura all'aneddoto quotidiano; non è casuale che i soggetti delle sue opere siano tratti dall'ambito della vita domestica, come ad esempio il fanciullo de Il gioco interrotto (1868). Ognuna di esse deve soddisfare i principi della sorpresa alla natura, del valore quasi sacrale della vita domestica e della dignità dell'umile e del modesto.

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