Alfabetizzazione

Con la legge Casati (1860) lo Stato esprime per la prima volta la volontà ed anche il diritto-dovere di farsi carico dell'istruzione attribuendosi un ruolo normativo generale, insieme alla consapevolezza dell'importanza dell'alfabetizzazione per la diffusione di una lingua nazionale e di una cultura omogenea in un paese così variegato come l'Italia per tradizioni storiche e culturali e per connotazioni economiche e sociali. La legge, anche se non ottenne l'esito sperato per quanto riguardava l'evasione scolastica, fu importante perché avviò il processo di unificazione linguistica del Paese.

Al tempo della legge Casati l'analfabetismo riguardava il 78% delle persone su una popolazione di 26,8 milioni con punte superiori al 90% nell'Italia meridionale e insulare. Solo nel 1881 si cominciò a registrare un calo al 62% per effetto della Legge Coppino (1877), che comminava pene severe per l'evasione scolastica, ma bisognerà attendere la fine del secolo per una riduzione del 50%, specialmente nell'area piemontese e lombarda.

Nel 1961, ad un secolo dall'unificazione, risultava ancora un 8,4% di analfabeti, di cui più del 15% nel Mezzogiorno, con una percentuale nazionale femminile superiore a quella maschile (10% di femmine contro il 6,6% di maschi). Tra il 1971 e il 1981 la situazione italiana si avvicina a quella dell'Europa continentale con un tasso di analfabetismo pari al 3%.

La diffusione dell'istruzione concorse al processo di democratizzazione del Paese favorendo la possibilità di una partecipazione politica attiva con il diritto di voto. Il corpo elettorale, che nel 1861 contava circa 400.000 elettori (il 2% della popolazione), nel 1882 raggiunse i 2 milioni e mezzo di persone anche se, a causa dell'alta percentuale di analfabeti, la rappresentanza politica era ancora scarsa. Con il suffragio universale promulgato da Giolitti nel 1912 il corpo elettorale saliva a più di otto milioni di votanti. Le donne, però, dovettero aspettare il 1946 per vedere riconosciuto il proprio diritto al voto.