Fusione a cera persa

La tecnica scultorea della fusione a cera persa apparve nell'età del bronzo e fu ampiamente impiegata nell'arte greca e romana. Questa tecnica si serve di due metodi: uno diretto, in cui si crea un modello di cera per farne uno stampo in argilla; uno indiretto, in cui il modello di cera viene creato sulla base di un altro in creta, in modo che la statua finale sia vuota al suo interno. I Bronzi di Riace, esempio di opera d'arte antica, furono realizzati ricorrendo a questa tecnica.

Caduta in disuso durante il Medioevo e rimasta viva solo nell'Impero bizantino, la fusione a cera persa fu ripresa nel Rinascimento per rispondere all'esigenza di recuperare i vari aspetti della cultura classica. Si trattava di un metodo particolarmente apprezzato, soprattutto perché consentiva l'impiego del bronzo al posto della pietra, maggiormente adattabile.

Il primo passo consisteva nella creazione di un bozzetto di cera in scala che avrebbe fatto da guida nei lavori; poi, eventualmente, si rifondeva un modellino in bronzo pieno per mostrare alla committenza quale sarebbe stato il risultato finale. Successivamente, si procedeva alla creazione dell'"anima", ovvero la statua di creta armata all'interno per evitare possibili crepe. L'anima veniva cotta, diventando leggermente più piccola del modello, sul quale si stendeva un velo di cera che avrebbe ricreato lo spessore mancante per arrivare al risultato finale. L'anima viene nuovamente cotta a fuoco lento per permettere alla cera di fuoriuscire attraverso i tubicini: si forma così un'intercapedine tra anima e tonaca dove verrà poi colato il bronzo fuso. Attraverso un rivestimento di mattoni viene predisposta una "cassa" rinforzata da legature con piastre di ferro. La cassa viene posizionata sotto la fornace da cui è fatto colare il bronzo, che va a collocarsi nell'intercapedine al posto della cera. Una volta raffreddata, la statua viene sollevata e ripulita, mentre si procede a colmare gli eventuali buchi rimasti dopo aver estratto i chiodi e gli sfiatatoi. In certi casi, si rifinisce l'opera con una amalgama di oro e mercurio che viene riscaldata di modo che il mercurio, evaporando, lasci spazio all'oro depositato.