Giovanni Fattori

Fattori, GiovanniGiovanni Fattori (Livorno 1825-Firenze 1908) nasce da una famiglia agiata di piccoli mercanti e comincia a lavorare sin da piccolo al banco d'affari del fratellastro Rinaldo, pur manifestando un indubbio talento nel disegno. I genitori decidono di farlo studiare presso l'unico pittore di Livorno, Giuseppe Baldini. Nel 1846 Fattori si trasferisce a Firenze dove conduce una vita stentata e aggravata dalle difficoltà nello studio e dalla mancanza di una cultura classica di base. Dopo essersi iscritto all'Accademia nell'anno successivo, consegue i primi risultati artistici piuttosto deludenti.

Attratto dagli ideali risorgimentali, nel 1848 si lega al Partito d'Azione senza prendere parte ai moti rivoluzionari, ma diffondendone la stampa clandestina come "fattorino di corrispondenza". Il primo lavoro di soggetto risorgimentale, Il campo italiano alla battaglia di Magenta, risale a quel periodo. A partire da questo dipinto il soggetto militare diverrà uno dei favoriti di Fattori. Altri temi ricorrenti sono il paesaggio e la sua terra, la Maremma toscana, in cui le persone sono inserite in uno scenario fantastico ed illusorio, a riprova della padronanza che Fattori possedeva nell'uso dei colori, della luce e delle ombre.

Decisivo per la sua carriera di artista è stato l'incontro con Nino Costa nel 1859, che lo spinge a partecipare al "Premio Ricasoli" vinto da Fattori con il bozzetto del Campo italiano dopo la battaglia di Magenta. Nell'estate del 1861 il pittore livornese si reca sui luoghi della battaglia per studiare gli effetti della luce e dell'atmosfera, in modo da presentare il quadro alla prima "Esposizione Nazionale" di Firenze.

L'esperienza unitaria non conforme alle aspettative e agli ideali risorgimentali, e la morte della prima moglie, Settimia, hanno sull'artista un effetto deprimente, al punto da spingerlo a viaggiare per cercare altrove serenità e consensi. L'approccio ai temi militari e all'epopea del Risorgimento cambia, e l'entusiasmo di Fattori annega nel rimpianto e nella rassegnazione, fino ad instillare nell'animo del pittore un'attenzione sempre più marcata nei confronti del soggetto agreste.