Acqua zurfegna

L'acqua zurfegna sgorga a Napoli dal Monte Echia ed è conosciuta anche come acqua del Chiatamone, dalla strada in cui si trova la fonte originaria, dove avveniva l'imbottigliamento nelle "mummare", fiasche in terracotta di forma panciuta, usate per conservare senza alterare le proprietà dell'acqua raccolta. Metodo molto antico, usato anche nelle zone desertiche e semi-desertiche della Terra, dove l'esigenza di raccogliere e conservare l'acqua potabile è un problema molto serio.

Conosciuta con i nomi di "suffregna", "ferrata" e "delle mummare", quest'acqua ha rappresentato per secoli la bevanda per eccellenza dei napoletani, abituati a sorseggiarla in piccole dosi mescolata con il vino, oppure a gustarla presso le "banche dell'acqua", dove il venditore, l'"acquaiolo", la serviva liscia o con l'aggiunta di arancia o limone ed un pizzico di bicarbonato. L'acquaiolo, presente nelle strade di Napoli fino al 1973, l'anno del colera, attirava i passanti con il suono dello spremiagrumi in ferro, e gridando: «Venite 'a rinfrescarvi tengo l'acqua do' Chiatamone, c'arance e limoni 'e Surriento; chest' è acqua 'e paradiso, è acqua 'e mummera; 'na veppet' è chest' acqua te cunzola (una bevuta di quest'acqua ti consola); vih! Che freschezza».

L'acqua zurfegna era tanto nota a Napoli che un ministro napoletano, in visita da Franceschiello, ultimo re Borbone, esule a Parigi con la moglie Maria Sofia, decise di portare in omaggio al re un ricordo della città che raffigurasse uno scugnizzo con la "mummara" sotto braccio e la "mummarella" in mano. Per questo chiese allo scultore Vincenzo Gemito di forgiare la statua in argento fuso oggi esposta nella Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Attualmente la fonte è chiusa.